di Salvatore Sfrecola
Ovunque, in tutti i tempi, c’è stata e c’è tensione fra la politica e la magistratura. Il politico, eletto o nominato componente di un’assemblea statale regionale o comunale si sente naturalmente ammantato di un consenso popolare dal quale solo vorrebbe essere giudicato. Ed ha, pertanto, una naturale difficoltà ad accettare i controlli di legalità, tutti i controlli quelli del giudice penale, ma anche quelli amministrativi e contabili. È lontano anni luce il tempo in cui Camillo Benso di Cavour, il più saggio e benemerito statista del suo secolo, “se non di ogni tempo”, per lo storico inglese George Trevelyan, dinanzi alla Camera dei Deputati del Regno di Sardegna, chiamata a trasformare l’antica Camera dei conti in Corte dei conti, affermava che “è assoluta necessità di concentrare il controllo preventivo e consuntivo in un magistrato inamovibile” e qualche anno più tardi, nel 1862, all’atto della costituzione della Corte dei conti del Regno d’Italia, Quintino Sella, il ministro “della lesina”, uno scienziato di fama internazionale, ricordava ai magistrati che “è vostro compito il vegliare a che il potere esecutivo non mai violi la legge; e dove un fatto avvenga il quale al vostro alto discernimento paia ad essa contraria è vostro debito il darne contezza al Parlamento”.
Non sentiremo più parole del genere da una classe politica che candida condannati per corruzione per evitare loro la galera. Milena Gabanelli nella sua prefazione al libro “La resa dei conti”, che ho recensito in questi giorni, riprende uno stralcio dell’intervista fatta nel 2012 dal giornalista Bernardo Iovine a Piero Longo, all’epoca avvocato di Silvio Berlusconi, senatore PDL e poi deputato di Forza Italia fino al 2018. Alla domanda se un condannato in via definitiva per corruzione possa stare in Parlamento, Longo rispondeva così: “Perché, scusi, il popolo non dovrebbe essere libero di votare chi vuole?” Aggiungendo, “Il Parlamento deve essere la rappresentazione mediana del popolo che rappresenta. Perché dovrebbe essere migliore?”
Quel parlamentare concorre a fare le leggi. Pensate che proponga un inasprimento delle condanne per corruzione o immagini di definire procedure d’indagine appropriate ad individuare i responsabili di quel reato?
E qui si pone un problema di classe dirigente perché, se come ho detto, il potere politico è stato sempre riottoso nei confronti della Magistratura, al tempo della cosiddetta Prima Repubblica i partiti preparavano coloro che sarebbero stati chiamati a rivestire cariche pubbliche e, quando qualcuno veniva preso con le mani nella marmellata, nei palazzi del potere si masticava amaro ma si “abbozzava”, come si dice a Roma.
Invece, adesso, a leggere i giornali “di area” che sembrano bollettini di partito, i magistrati sono tutti “all’opposizione” perché criticano leggi male formulate o inutili, come dimostra, in materia di sicurezza, il profluvio di decreti che inaspriscono pene o introducono reati già presenti nell’ordinamento e non applicati perché si è provveduto a limitare l’intervento dei giudici. Per poi accusarli di fare politica contro.
Mai vista tanta approssimazione, eppure il Ministro della giustizia ha rivestito per anni la toga di magistrato ordinario e negli uffici di “diretta collaborazione” della Presidente del Consiglio e dei ministri siedono come consulenti magistrati amministrativi e contabili ed avvocati dello Stato, per definizione giuristi con dottrina ed esperienza. Evidentemente non se la sentono di contraddire il politico di riferimento. Altrimenti non sarebbero state portate avanti leggi come quella sulla Corte dei conti (n. 1 del 2026), cosiddetta “legge Foti”, dal primo firmatario, della quale la maggioranza si gloria nonostante le critiche provenienti dalla politica, dalle amministrazioni e dal Foro.
Eppure ce ne sarebbero state di modifiche da introdurre nell’ordinamento. Invece la maggioranza si è dedicata a definire norme ispirate ad un evidente intento limitativo delle attribuzioni, soprattutto giurisdizionali in materia di danno erariale anziché introdurre istituti espressione di civiltà giuridica, come prevedere l’esclusività della giurisdizione contabile, introdurre un gip che si pronunci sulle iniziative del Procuratore e prevedere il rimborso delle spese legali anche per chi viene assolto in istruttoria. Invece si sono tutelati incapaci e disonesti riducendo l’ammontare del risarcimento del danno accertato dal giudice, con assoluto disprezzo degli interessi del cittadino sul quale ricadranno gli oneri delle somme non recuperate, scelta risibile considerato, in particolare, che contemporaneamente è stata prevista un’assicurazione obbligatoria per togliere ai funzionari quel “timore della firma” che è una invenzione della politica e dei soliti noti (disonesti e incapaci). Che erano stati già graziati con l’eliminazione dell’abuso d’ufficio, un reato che nella sua ultima formulazione somigliava molto alla corruzione.
Eppure nessuno sembra se ne vergogni. Anzi qualcuno si gloria di queste riforme. Li giustifica l’ignoranza.
In vista delle elezioni il livello dello scontro si alza. La magistratura continua ad essere sotto tiro anche per una vicenda che si trascina dal governo precedente, l’adeguamento stipendiale dei magistrati, occasione che ha consentito a quell’abile comunicatrice che è Giorgia Meloni di dire che non avrebbe firmato il decreto con gli aumenti perché ha da pensare alle categorie di cittadini in difficoltà.
Due osservazioni, la prima: l’aumento degli stipendi è conseguenza di un adeguamento necessario, previsto per legge in base alla quale ai magistrati, che non possono contrattare il trattamento economico con il governo come gli altri dipendenti pubblici, ricevono un adeguamento pari alla media degli incrementi stipendiali (gli “aumenti”) ottenuti dai vari comparti del pubblico impiego nel triennio precedente; la seconda: gli arretrati non sono pari a circa un miliardo, come è stato detto, e deriva da un decreto del governo Draghi al quale fu contestato il metodo di calcolo degli elementi che concorrono ad individuare la somma sulla quale si calcola la media. Altro svarione aver detto che se gli sarà chiesto dagli interessati il Consiglio di Stato nominerà un Commissario “ad acta” per erogare quegli arretrati che il Governo non intende riconoscere, come se questa procedura non fosse essa stessa fonte di danno perché probabilmente il ritardo dovrà essere compensato da ulteriori interessi. Si chiama “danno erariale”. Ma assicura qualche voto in più.
Continuo a non comprendere come questa si possa definire “destra”. Evidentemente ho un’idea un po’ romantica della destra, di quella liberale, come l’ha delineata nella sua azione di governo e nei suoi scritti il solito Cavour, un richiamo che, ho notato, a qualcuno dà fastidio. Se ne comprende bene il perché. È un esempio imbarazzante.
