di Salvatore Sfrecola
Ha sollevato polemiche, nei giorni scorsi, la decisione di collocare a Modena, sulla facciata del Palazzo Ducale, sede dell’Accademia Militare dell’Esercito, una lapide dedicata agli Austria-Este. L’imponente edificio, realizzato dagli Estensi, fu la loro sede. Successivamente lo fu dei duchi d’Austria-Este.
La polemica riguarda la frase finale della lapide “il Ducato di Modena uno degli antichi stati che diedero vita nel 1861 al Regno d’Italia”. Secondo i critici, fra cui il Sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, Italia Nostra, l’Istituto del Risorgimento ed altri, la frase attribuisce un ruolo attivo al Ducato estense nel processo che portò all’unità d’Italia, così stravolgendo la storia. Perché se la frase vuol ricordare che lì vissero e regnarono gli Estensi e poi i duchi d’Austria-Este non c’è problema, ma se si vuole attribuire un ruolo al ducato nella formazione dell’unità d’Italia quella frase è un falso e nega il sacrificio dei patrioti liberali come Ciro Menotti, mandato a morte dal Duca Francesco IV dopo un processo farsa nel 1831. Menotti “un uomo onesto, ma di un candore che sconfinava nella sprovvedutezza”, come avrebbe scritto Indro Montanelli, fin dal 1820 insieme ad altri modenesi si opponeva al governo illiberale degli Austria-Este tenendo contatti con i circoli liberali francesi e con gli esuli democratici italiani, con l’obiettivo di liberare il Ducato di Modena e Reggio da giogo dell’Austria.
Allo scoprimento della lapide, inaugurata alla presenza di Martino d’Asburgo-Lorena, discendente degli Austria-Este, si sono avuti momenti di tensione. Ascanio Guerriero, ufficiale dei carabinieri in congedo, ha contestato l’inaugurazione sventolando il tricolore. La cerimonia è iniziata con la banda musicale di Modena che ha suonato l’Inno italiano seguito da quello degli Asburgo, le stesse note dell’attuale Inno tedesco, in realtà scritto dal musicista austriaco Franz Joseph Hayden per gli Asburgo e dunque anche inno del Ducato di Modena.
Carlo Giovanardi, promotore dell’iniziativa, ha scritto in una lettera al Corriere della Sera che la lapide non ha assolutamente nulla di celebrativo, ma ricorda soltanto che quel palazzo è stato per secoli la residenza dei duchi Estensi. E che il ducato entrò a far parte della Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II a seguito del plebiscito, dopo la fuga degli estensi avvenuta nel 1859. Ricorda anche che i Savoia a Torino, i Medici a Firenze, i Visconti a Milano, Maria Luigia a Parma, Pio IX, a Roma, Carlo di Borbone a Napoli sono celebrati con enfasi che non nega l’unità d’Italia. Non può accadere a Modena, insiste Giovanardi, per una targa “che si limita a ricordare che sono esistiti gli Estensi”.
Tuttavia, la polemica che ha sollevato critiche deve far riflettere in tempi nei quali, come ha scritto Aldo Cazzullo, “non c’è nulla più fuori moda del Risorgimento”. Per cui è necessario che sia collocato nel momento storico senza nostalgie ogni riferimento agli Stati preunitari che non concorsero all’unità d’Italia ma anzi vi si opposero e mantennero nel tempo un atteggiamento illiberale come dimostrano, da un lato, i 300 “giovani e forti” di Carlo Pisacane, massacrati a Sapri, e, dall’altro, Ciro Menotti impiccato a Modena. Perché c’è una realtà che assolutamente non può contrastare con l’unità d’Italia ma che non può neanche essere ignorata. Ed è il ricordo della storia dei singoli territori con le loro luci e le loro ombre.
Capisco, dunque, da cultore del Risorgimento, espressione dell’impegno della migliore nobiltà e della borghesia colta che credeva nella prospettiva dell’unificazione nazionale, spesso contro i sentimenti del popolo minuto che, per tradizione, per legami alle dinastie, per condizionamento degli ambienti locali era fedele ai vecchi sovrani.
Ebbene queste realtà locali non vanno trascurate ma va coltivato il senso e il valore straordinario dell’unità perché l’Italia, a differenza di altri paesi, ha una caratteristica che la rende preziosa, ed è la somma di realtà politiche, culturali, artistiche diverse, ognuna delle quali porta al patrimonio nazionale il valore della sua storia. Ricordarle è possibile, è giusto, è necessario.
Quindi capisco il desiderio dell’ex ministro Giovanardi, modenese, di ricordare la storia della sua città e della sua area territoriale mai dimenticando, tuttavia, che nel momento determinante dell’unità d’Italia i Borbone a Napoli e gli Austria-Este a Modena mandavano a morte i patrioti, quelli che volevano l’unità d’Italia. Così come il Papa Pio IX, che è stato un grande della Chiesa, ma che da Capo dello Stato ha dato evidente dimostrazione di come il potere temporale sia incompatibile con il ruolo spirituale della Santa Sede, impastoiata nella gestione ordinaria dello Stato che ha dato luogo alla persecuzione cruenta dei liberali e di quanti desideravano che Roma fosse unita all’Italia. Tanto che Papa Paolo VI, in una memorabile celebrazione del centenario dell’Italia unita, ebbe a definire “provvidenziale” per la Chiesa la perdita del potere temporale.
Io spero vivamente che la manifestazione del 20 dicembre, promossa da Ascanio Guerriero e da altri a Modena, che isserà il tricolore, varrà a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sui valori fondanti dell’unità, sul Risorgimento, su quel pensiero liberale nato fra mille difficoltà ma nella consapevolezza che si dovesse fare dell’Italia uno stato “rappresentativo”, com’era scritto nello Statuto Albertino.
Noi dobbiamo essere fieri del Risorgimento e dobbiamo prendere spunto dal pensiero dei grandi uomini che l’hanno realizzato, Cavour, Garibaldi, Mazzini Manzoni, Verdi ed altri e trarre da questo patrimonio di idee e di valori il senso della continuità dello Stato nella prospettiva di farlo sempre più grande, come auspicava Cavour quando diceva che la Roma dei Cesari, la Roma imperiale, la Roma dei Papi era l’unica città d’Italia che non avendo memorie esclusivamente municipali aveva titolo ad essere la capitale d’Italia.
Ecco, le memorie municipali sono una ricchezza, come ho già detto, ma è necessario che questa ricchezza sia la forza dell’Italia unita e tutti, pur consapevoli della storia del nostro territorio, della nostra città, del nostro comune, della nostra provincia dobbiamo sentirci italiani. Perché solo così l’Italia può avere un futuro.
