martedì, Maggio 19, 2026
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I limiti del bilancio pubblico e il randello di Cavour 

di Salvatore Sfrecola

Nel dibattito parlamentare sulle Comunicazioni del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, nonché sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente, svoltosi ieri, prima al Senato, poi alla Camera, molti degli intervenuti hanno sollecitato misure di sostegno alle famiglie e alle imprese in relazione ai costi che le une e le altre dovranno sostenere in conseguenza dell’incremento delle quotazioni del petrolio sui mercati internazionali. 

E così, nel formulare ipotesi varie di misure di sostegno nel contesto di una situazione che rischia di diventare sempre più drammatica, anche perché non sono prevedibili la durata della guerra né e i suoi effetti, è emersa chiaramente la difficoltà di individuare risorse di bilancio disponibili dacché l’equilibrio dei conti pubblici, faticosamente mantenuto, rischia di saltare in conseguenza dell’esaurimento delle risorse assicurate dal PNRR. Un argomento di cui nessuno parla ma che rischia di costituire una palla al piede pesante per l’economia italiana e per le capacità di governo del bilancio dello Stato, in vista anche delle elezioni politiche del 2027, tradizionale occasione per i partiti di formulare promesse di sgravi fiscali e di erogazioni a categorie e territori che stavolta sarà difficile immaginare.

E così, mentre ascoltavo gli interventi dei parlamentari compiacenti nei confronti del governo e di quelli in varia misura critici, mi è nuovamente tornata in mente quell’immagine, alla quale mi ero riferito alcuni giorni fa, delle vignette di Giovanni Guareschi per il “Candido” che immaginava un personaggio storico disegnato in una nuvoletta, pronto a percuotere con un grosso randello un suo successore, evidentemente ritenuto incapace rispetto alle esigenze della politica e dell’economia. E mi è venuto da sorridere pensando a quanti il più grande dei nostri statisti, Camillo Benso di Cavour, avrebbe indirizzato il suo randello tra i tanti che potrebbero essere considerati responsabili, direttamente o indirettamente, delle prevedibili prossime difficoltà del bilancio pubblico. 

Non avrebbe avuto che l’imbarazzo della scelta il grande statista, dalla Presidente del Consiglio, ovviamente, al ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti. Del resto, Cavour è stato anche ministro delle finanze. Poi ho pensato che il più titolato a ricevere una solenne randellata sarebbe senz’altro l’on. Tommaso Foti, Autore di una legge, di cui pure orgogliosamente si fregia, che ha praticamente ridimensionato, in modo gravemente limitativo, il ruolo della Corte dei conti quale giudice della responsabilità amministrativa per danno erariale. La “legge Foti” (n. 1 del 7 gennaio 2026), infatti, non solo ha previsto che, in presenza di un danno erariale accertato dal Giudice contabile, il responsabile non possa essere chiamato a risarcire più del 30%, ma anche perché la riduzione del ruolo della Corte dei conti ha un effetto che forse era sfuggito anche all’onorevole proponente ed a quanti con lui hanno firmato, discusso e approvato la legge, probabilmente per mancanza di conoscenza del sistema amministrativo e finanziario italiano. 

Infatti, il ruolo della Corte va molto al di là del recupero delle somme perdute per “malagestio” di qualche pubblico funzionario o amministratore per costituire un presidio efficace della finanza pubblica, capace di richiamare l’attenzione dei funzionari dello Stato e degli enti pubblici ad una corretta applicazione delle leggi, così determinando una sorta di deterrenza nei confronti di chi con negligenza, imprudenza o imperizia gravemente colposa possono causare un danno all’erario. In sostanza, quello che può avere maggiore interesse, al di là del recupero di somme indebitamente spese o di situazioni che hanno determinato un danno indiretto, è l’attenzione che la sola presenza della Corte dei conti, come organo di controllo e giudice della responsabilità, sollecita in coloro che hanno gestione di denaro o di beni pubblici, in modo da evitare che si determini un danno. L’effetto di questa “deterrenza”, come si usa dire, sfugge ai più. Senza considerare che un danno erariale può essere conseguenza di un atto che sia annullato dal giudice amministrativo con pregiudizio della finanza pubblica. Questa funzione di prevenzione non ci sarà più perché il “rischio erariale” personale è praticamente inesistente, anche perché coloro che gestiscono la spesa pubblica dovranno munirsi di un’assicurazione, unica scelta saggia della legge.

In sostanza, per salvare un po’ di amministratori distratti, quanto non disonesti, coloro che hanno promosso e approvato questa legge hanno causato un grave duplice danno. Uno contabile, diretto o indiretto, di cui abbiamo detto ed uno “politico” in dispregio della storia della destra italiana alla quale, pure, affermano di appartenere. Una destra guidata da uomini come Cavour, Minghetti, Ricasoli, Quintino Sella, capaci e integerrimi, che hanno reso illustre la sola idea della destra che fu detta “storica” ed a quanti si sono rifatti nel tempo al loro esempio, personaggi di grandissimo valore da Giovanni Giolitti a Vittorio Emanuele Orlando, da Benedetto Croce a Luigi Einaudi e ad alcuni democristiani che, più di recente, hanno dimostrato di essere portatori di valori istituzionali e di un senso dello Stato. Quindi un danno al bilancio pubblico e un danno alla storia dell’Italia liberale.

Infine, coloro che hanno votato la “Legge Foti” hanno causato un ulteriore danno alla loro parte politica, come dimostra l’attenzione critica registrata dai social sulla nuova normativa, che potrebbe pesare in termini di consenso elettorale, sia in occasione della prossima votazione referendaria, sia in sede di rinnovo delle Camere del Parlamento. E sarà una randellata solenne, ben più dolorosa di quella morale disegnata da Guareschi sulle pagine di “Candido”.

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