venerdì, Ottobre 23, 2026
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La Costituzione nelle lingue e nei dialetti regionali italiani

di Salvatore Sfrecola

Alla vigilia di un importante referendum costituzionale, riguardante la revisione di una parte fondamentale della Costituzione, quella relativa alla Magistratura e all’Ordinamento giurisdizionale, mi giunge in dono “La Costituzione tradotta nelle lingue e nei dialetti regionali italiani”, a cura di Vito Tenore (Editoriale Anicia, 2024, pp. 712, € 30,00), con una presentazione di Filippo Patroni Griffi, Giudice della Corte costituzionale, già Presidente del Consiglio di Stato. Per la Collana “Eclettica-mente, piccoli scritti su grandi temi”, diretta dallo stesso Tenore, che dedica “questo studio, mosaico culturale ispirato dalla testa, dal cuore, dalla musica e dalla bellezza, ai miei amati figli, alla mia Corte dei Conti e alle Istituzioni che con “onore e disciplina” servo da 35 anni, seguendo i valori basici appresi dai miei genitori e dai miei insegnanti”, il volume è un omaggio alla Carta fondamentale, pilastro della cultura democratica e liberale del nostro Paese. 

La Costituzione, tradotta nelle lingue e nei dialetti italiani per avvicinarla ancor più ad un popolo che, anche attraverso lingue e dialetti, antico retaggio delle comunità locali, si sente parte fondamentale della storia culturale e politica della Nazione.

Devo premettere che mi sono avvicinato a quest’opera con curiosità mista al timore che l’uso dei dialetti avesse l’effetto di un richiamo a certe pulsioni localistiche, in funzione antiunitaria, evocative degli stati preunitari e delle loro storie, che di tanto in tanto emergono in alcune realtà regionali, che ho poi constatato essere lontane dalla visione storica e istituzionale del collega Vito Tenore, giurista raffinato, cultore di vari rami del diritto, non solo pubblico, magistrato di grande valore, sollecitatore di studi e ricerche giurisprudenziali, capace di coinvolgere studiosi entusiasti, come in questo volume. 

Il timore nell’uso del dialetto nasce dalla mia formazione culturale che privilegia la lingua italiana e ne fa oggetto di culto sia nel linguaggio giuridico sia in quello storico narrativo, nel quale sovente mi trovo impegnato, con particolare attenzione alle vicende risorgimentali che hanno saputo fare delle storie locali tante gemme preziose del diadema unitario di un popolo per secoli “calpesto/ deriso” perché diviso, come recita il Canto degli Italiani.

È il taglio che riconosco nella presentazione di Filippo Patroni Griffi il quale sottolinea come l’obiettivo primo del libro sia quello “di cercare di perseguire, attraverso una formulazione linguistica legata al territorio, una più compiuta conoscenza dell’unica e unitaria Carta costituzionale ricorrendo ad una sua evocativa lettura in chiave locale, senza però scadere in anacronistico obiettivo di frazionamento regionalistico teso ad esaltare faziose peculiarità linguistiche locali, ma anzi, esaltando l’unitarietà del testo costituzionale declinato in diverse e suggestive sonorità del territorio italiano”.

In questo senso effettivamente, come scrive Vito Tenore nella Premessa, il volume è “un mosaico culturale e linguistico che rappresenta un atto di amore e di rispetto per il Paese, per le Istituzioni e per la Legge fondante: la Carta costituzionale”. Aggiungendo che effettivamente la Costituzione “è, per la sua genesi, la sua sintesi politica, ideologica, culturale, etica e persino linguistica di un Paese, l’Italia, dalla storia straordinariamente complessa e stratificata e caratterizzata da una contaminazione e convivenza di etnie dialetti davvero unici per provenienze e per caratteristiche”. In questo modo, nel rispetto della storia e delle tradizioni, il volume cerca di raggiungere le fasce meno “culturalmente attrezzate” che, attraverso la traduzione in dialetto, “quello che Dante… definisce “lingua che il bambino impara dalla balia”, possono ricevere nuovo stimolo ad una rilettura della legge fondamentale e dei suoi basilari precetti”. A questa finalità conoscitiva della suprema Carta, cui tende il volume, “se ne affianca una seconda: valorizzare sul piano linguistico le straordinarie capacità delle lingue “di minoranza” e dei dialetti di esaltare le connotanti caratteristiche storico-culturali del popolo che lo parla, ma, soprattutto, di rendere più plasticamente comprensibili concetti sovente complessi nella lingua italiana pura”. Nel senso che un’espressione dialettale, dalle caratteristiche spesso onomatopeiche anche per la loro peculiare sonorità, “sa rendere in molti casi più fruibili un concetto giuridico politico, economico, scientifico che risulta freddo e troppo “alto” (e dunque non chiaro) per molti lettori. In altre parole – scrive Tenore – la lingua locale o il dialetto, per la sua concretezza, musicalità e capacità evocativa, riescono, non solo nella poesia, nel teatro, nella musica, ma anche nel più (apparentemente) “freddo” diritto, a rendere più vivi concetti, regole, principi, non solo emozioni, ricordi e sentimenti”. 

L’opera è stata resa possibile dalla collaborazione entusiastica di studiosi di varia formazione, magistrati della Corte dei conti, docenti universitari, esperti in lingue e dialetti regionali ed artisti, impegnati nelle istituzioni locali, che Vito Tenore ha saputo coinvolgere e che ha voluto ringraziare singolarmente.

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