mercoledì, Maggio 13, 2026
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Risorgimento dimenticato, tra nostalgie preunitarie e pulsioni separatiste

di Salvatore Sfrecola

Leggo sui giornali e registro dai social, soprattutto da Tik Tok, di cerimonie a carattere rievocativo di eventi passati nelle quali si inneggia ai Borbone al Sud, al Papa Re a Roma, agli Asburgo al Nord. Iniziative che potremmo definire folkloristiche se non avessero a volte l’avallo delle autorità che, per piaggeria e nell’intento di coltivare sentimenti popolari, vi partecipano sovente, sicché si vedono sventolare vessilli borbonici e austriaci e si sentono squilli di tromba degli antichi inni.

Ritengo da sempre che l’Italia, la cui unità, ambita da secoli dalle persone di cultura, almeno da Padre Dante e Francesco Petrarca, è stata realizzata con la partecipazione di parte delle popolazioni borghesi, come a Roma, dove la cattiva amministrazione del governo del Papa Re veniva denunciata dal Belli e da Pasquino e condivisa da bottegai e trattori, ma non sempre dal popolo che accorreva ad assistere alle esecuzioni, cui provvedeva con professionale solerzia Mastro Titta, fino alla vigilia del 20 settembre, quando il solerte Cardinale Antonelli, Segretario di Stato, avrebbe dovuto capire che non era più il tempo della scure nei confronti dei patrioti.

E così al Sud con Carlo Pisacane e i suoi Trecento “liberi e forti” massacrati dai gendarmi borbonici con l’ausilio del popolino fedele al tiranno impiccatore dei liberali. Od a Modena, dove il duca d’Austria Este mandava a morte Ciro Menotti e i suoi amici per aver contestato il suo governo autoritario. Governi sopravvissuti grazie alle baionette austriache il “nemico storico” d’Itaia e degli italiani, come dirà Luigi Einaudi.

Il popolo, tenuto ai limiti della sopravvivenza dai governi dell’epoca, analfabeta, non sapeva nemmeno che Vincenzo Gioberti avesse scritto “Del primato morale e civile degli italiani”, opportunamente ripubblicato di recente da Historica di Francesco Giubilei. Un popolo che non aveva la forza di ribellarsi. E se avrebbe presto seguito Giuseppe Garibaldi, che prometteva terra e libertà in nome di Vittorio Emanuele II certamente era assolutamente impermeabile alle istanze filosofiche mistiche di Giuseppe Mazzini, profeta disarmato e disarmante per i tratti di ingenuità che lo contraddistinguevano.

Poi si è realizzato l’obiettivo unitario del Conte di Cavour, avallato da un sovrano generoso e ambizioso erede di una Casata che aveva faticosamente mantenuto l’indipendenza del Ducato di Savoia prima e del Regno di Sardegna poi attraverso spregiudicate a volte tradite alleanze per non diventare colonia di Francia, Spagna o Austria come molti ambivano da Nord a Sud del “bel Paese”. Così i Savoia furono riconosciuti come un faro di libertà e gli italiani volentieri videro in Vittorio Emanuele il Padre della Patria. Ma già all’indomani del 17 marzo 1861, proclamato il Regno d’Italia, emersero pulsioni centrifughe che, morto prematuramente Cavour riconosciuto grande amministratore dello Stato e capace di comprendere le esigenze delle popolazioni degli ex stati, furono contrastate con la legislazione unitaria e, spesso, non rispettosa delle esigenze locali, e con la repressione dura dei moti rivoluzionari fomentati da ambienti reazionari e dai sovrani deposti, come nel caso del brigantaggio, fenomeno certamente endemico al Sud, ma ammantato da istanze patriottiche dal Borbone in esilio a Roma, sobillato anche da Papa Pio IX che sentiva scricchiolare le strutture del suo Regno.

Anche negli anni a seguire il Sud, in particolare, che pur dava i migliori cervelli alla nuova Italia in tutti i campi, della cultura, delle professioni e della politica, è stato trascurato e ancora lo è nonostante abbia avuto ministri illustri nelle sedi romane durante il Regno e in Repubblica alla quale ha dato financo Presidenti, al Quirinale ed a Palazzo Chigi.

Ecco dunque che il folklore che muove manifestazioni neo borboniche, neopapaline e austriacanti, che evocano il presunto buon governo dei sovrani impiccatori e ghigliottinari assume una connotazione anti risorgimentale che appare a taluno possibile occasione di sfaldamento dello Stato nazionale unitario nato dal Risorgimento, essendo al Governo della Nazione dal 1946 forze politiche prive di cultura risorgimentale, perché non vi hanno partecipato, socialisti e comunisti, o vi sono stati ostili, come certi ambienti cattolici nostalgici del governo del Papa Re e degli ex missini, eredi dei repubblichini nemici dei Savoia che quei valori hanno interpretato. La perdita dei valori unitari appare dunque evidente.

E ciò nonostante il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non trascuri occasione per essere presente all’Altare della Patria e dove si celebrano il sacrificio dei nostri avi che con la penna e la spada lottarono per l’unità d’Italia nell’Ottocento e negli anni difficili della Grande Guerra, ultima dell’indipendenza nazionale.

Va fatto di più. Occorre ricostruire uno spirito risorgimentale che valorizzi le specificità storiche delle singole aree del nostro Paese, prezioso contributo all’unità della Nazione, come è nella realtà, che non è dei politici, meschini e modesti, che purtroppo ci governano da troppo tempo.

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