di Salvatore Sfrecola
Nelle città si boccheggia, da Nord a Sud, al mare ed ai monti. Soffre la campagna, sono a rischio verdure e frutta. Anche la vendemmia in molte regioni è anticipata. I fiumi ed i laghi non consentono di alimentare i prelievi necessari all’agricoltura.
Giorni fa, nel corso di un telegiornale che dava conto delle condizioni dei nostri acquedotti un funzionario del sistema idrico romano si vantava perché le perdite erano state ridotte al solo 26%. Era orgoglioso del risultato. Eppure, a pensarci bene, è una vergogna. Non manca l’acqua, mancano coloro che dovrebbero assicurare l’efficienza del sistema idrico in un Paese che di acque ne ha molte e pregevoli. Non è da oggi, come è noto.
E pensare che i romani, dei quali a volte ci vantiamo di discendere, l’acqua l’avevano assicurata ovunque, in Italia e nelle province dove ancora oggi i turisti si soffermano ad ammirare imponenti acquedotti, alcuni ancora funzionanti. Monumenti alla civiltà. Perché l’acqua è la civiltà. Senza, l’uomo non può vivere né allevare animali. Nell’ordinamento romano chi disperdeva l’acqua era severamente punito, in Cina subiva la massima pena.
Roma aveva un servizio idrico controllato dal “Magister acquarum” che si avvaleva di collaboratori ovunque ci fossero acquedotti e sistemi di captazione delle acque. Ma erano costruite anche cisterne che raccoglievano le acque piovane. A Verona, nell’Arena, una cisterna raccoglieva le acque piovane provenienti dalle scalinate opportunamente inclinate per incanalarle.
Non risulta che si sia pensato negli anni scorsi a realizzare invasi. Eppure autunno ed inverno sono stati piovosi, estremamente piovosi. Di invasi per lo stoccaggio dell’acqua per i fini agricoli e potabili l’Italia è piena soprattutto lungo l’arco alpino, ma al fine di produrre energia elettrica i gestori tendono a non rilasciare l’acqua necessaria al flusso minimo vitale dei fiumi se non in casi eccezionali.
Dov’è il “Magister acquarum” dei nostri tempi?
Eppure gli apparati non mancano. Le autorità di bacino dovrebbero poter immaginare come far uso delle abbondanti piogge ai fini della loro conservazione per gli usi civili ed agricoli. Niente. Accusare questo Governo sarebbe ingiusto, considerato che la dispersione dell’acqua dalle condutture è vecchia di anni. Tanto che il funzionario romano si può vantare della riduzione al 26% delle perdite di acqua. Insomma, su 100 litri se ne perde “solo” un po’ meno di 30.
Altra vergogna nazionale.
Perché guardando in giro per il Paese la differenza tra i volumi prelevati ed utilizzati (7,6 miliardi di m3) mostra il livello complessivo di dispersioni d’acqua e segnala la dimensione dello spreco del sistema. Molto più accentuato nel settore civile, con perdite del 45,3% (ci costa quasi 10 miliardi di euro all’anno). Leggo che per le pratiche irrigue si stima invece una dispersione di acqua del 15%; risultano minime infine le percentuali di dispersione per gli altri usi.
Il dato più eclatante è quello degli acquedotti (circa 500mila chilometri di rete): si perdono in media 41,4 litri ogni 100 immessi nelle reti di distribuzione.
Il 60% delle rete nazionale è datato. Oltre 30 anni. Il 25% supera i 50 anni. Il tasso nazionale di rinnovo leggo che è pari a 3,8 metri di condotte per ogni km di rete: a conti fatti occorrerebbero oltre 250 anni per sostituire l’intera rete.
Le risorse destinate all’adeguamento della rete idrica nazionale sono insufficienti: circa 32-34 euro per abitante all’anno, mentre la media europea è di circa 100 euro (in Danimarca si arriva a 129 euro).
Naturalmente la dispersione segue l’efficienza delle realtà locali
L’Emilia-Romagna è la regione più virtuosa, con una quota di perdite del 29,7%, seguono la Lombardia con il 31,8% e la Valle d’Aosta con il 29,8%.
Il record negativo è della Basilicata (65%). Seguono Abruzzo (62,5%), Molise (53,9%), Sardegna (52,8 %) e Sicilia (51,6%) dove la dispersione rimane molto elevata. Tra le città, quella con meno sprechi è Como. Nel Comune di Potenza non arriva nei rubinetti delle abitazioni il 71% di quanto immesso in rete. A Chieti il 70,4%.
Le rilevazioni sono dell’Ufficio studi della Cgia per il quale “gli interventi strutturali necessari per ammodernare la rete idrica del Paese sono rimasti, in massima parte, sulla carta”.
Vergogna nella vergogna.
Gli sprechi sono molto elevati anche a L’Aquila, dove raggiungono il 68,9%, a Latina il 67,7%, a Cosenza il 66,5%. A Como invece sono quasi ridotti al minimo (9,2%). A Milano le perdite idriche raggiungono il 13,4%, a Pordenone il 12,1%, a Monza l’11%, a Pavia il 9,4%. Al Sud tra le realtà più virtuose ci sono Trapani,
dove la dispersione raggiunge solo il 17,2%, Brindisi con il 15,7% e Lecce con il 12%.
La Cgia ha stimato l’impatto economico di questa dispersione, utilizzando il prezzo medio per unità di misura calcolato a livello territoriale da Cittadinanza Attiva. A livello nazionale, il costo nel 2022 è stato pari a 9,8 miliardi di euro. Il Lazio è la regione a cui la dispersione idrica è costata di più, con un impatto di 1,5 miliardi di euro. Seguono Sicilia e Lombardia, entrambe con poco più di un miliardo.
Le perdite idriche sono dovute a più fattori: dalle rotture nelle condotte, all’età avanzata degli impianti, ad aspetti amministrativi dovuti a errori di misurazione dei contatori e agli allacci abusivi. La Cgia ricorda che anche la presenza di fontanili nei centri urbani contribuisce agli sprechi. “Nella campagna romana e abruzzese, inoltre, i fontanili sono degli abbeveratoi in muratura utilizzati dagli agricoltori e dagli allevatori nelle tenute e nei recinti per il bestiame”, evidenzia lo studio. La soluzione secondo la Cgia sono “vasche di laminazione, trincee drenanti, invasi e grandi adduzioni”.
Le competenze sulla gestione della risorsa idrica sono state nel tempo frammentate in modo tale che si evidenziano importanti problemi tra chi regola, chi gestisce e chi utilizza.
Gli A.T.O. e le aziende di gestione ad uso potabile (per Roma è ACEA ATO2), gli Enti irrigui ed Consorzi di bonifica, per l’utilizzo agricolo collettivizzato, le regioni, le A.R.P.A. Regionali, le provincie, i comuni e lo stato (ministero agricoltura, ambiente, infrastrutture), le industrie ed i cittadini, questi ultimi per quanto riguarda l’auto approvvigionamento, sono i soggetti che partecipano a vario titolo a regolamentare, gestire ed utilizzare la risorsa idrica che è ricordo bene pubblico a cui tutti devono e possono accedere senza limitazioni anche se la legge definisce l’utilizzo potabile quale prioritario su ogni altro uso.
Infine, va ricordato che le Autorità di bacino peninsulari (la Sardegna è la Sicilia in quanto regioni a statuto speciale hanno istituito all’interno del loro apparato specifiche direzioni) sono enti pubblici non economici deputati alla pianificazione e programmazione sovraregionale sia per la difesa del suolo dalle esondazioni che dalle frane e per la gestione della risorsa idrica. Dovrebbero fare il piano di gestione della risorsa idrica “bilancio idrico”, ma ad oggi purtroppo su questo tema si naviga a vista, sia per volontà (tutelare gli interessi locali e non solo) che per incapacità (i vari consulenti e le varie figure apicali non sono in grado di produrre un serio modello di analisi che generi processi coerenti per la quantificazione degli spostamenti).
Da ultimo ricordo un’indagine di alcuni anni fa della Procura regionale della Corte dei conti per l’Umbria che aveva accertato diffusi attingimenti abusivi dal lago Trasimeno. Come spesso accade i controlli erano inadeguati, le sanzioni inesistenti.
Di anno in anno ci diciamo le stesse cose perché la manutenzione non è nelle corde della politica, nazionale e locale.
