di Salvatore Sfrecola
Avevo preso appunti tra me e me all’ascolto della parabola del seminatore (Matteo 13, Marco 4, Luca 8) domenica 12 luglio, per riflettere e capire il senso del rapporto tra l’insegnamento (il seme), la sua percezione e le conseguenze che se ne traggono.
Infatti, ciò che colpisce di questa parabola non è tanto il seminatore, la sua generosità, quanto la sorte diversissima che tocca ad un seme che è identico. La Parola — o, se vogliamo laicizzare, l’immagine, la verità, l’esperienza, l’incontro che potrebbe cambiarci — non muta a seconda di chi la riceve. È sempre la stessa. Ciò che cambia è il terreno umano su cui cade.
Per cui può accadere che chi ascolta non ne trae giovamento: la superficie è troppo battuta, indurita da abitudini, distrazioni, difese. Non è cattiveria, spesso è solo stanchezza, o quella corazza che ci costruiamo per non farci ferire — e che finisce per non farci nemmeno raggiungere. Quante volte un consiglio, un rimprovero giusto, un richiamo ad una regola, al rispetto di determinati valori che potrebbe costituire un’occasione di crescita scivolano via da noi senza lasciare traccia, semplicemente perché eravamo altrove, chiusi, disattenti. Non avevamo l’umiltà di ascoltare.
Ma c’è chi accoglie subito, con slancio — e qui la parabola è spietata nella sua precisione psicologica: l’entusiasmo immediato, senza radici, è spesso il più fragile. Conosciamo bene questa dinamica: propositi presi con foga e abbandonati alla prima difficoltà, passioni che si accendono e si spengono, conversioni — di fede, di stile di vita, di pensiero — che non reggono all’urto della prova, alla prima difficoltà. Manca la profondità, cioè il tempo, la fatica, la ripetizione paziente che sole danno radici vere.
Le spine sono forse l’immagine più moderna di tutte: non negano il seme, non lo rifiutano apertamente. Lo lasciano crescere accanto a sé — e poi lo strangolano piano, senza drammi. Le preoccupazioni, l’ansia di possedere, il rincorrere mille cose: non c’è un momento in cui decidiamo di soffocare ciò che di buono portiamo dentro. Accade per accumulo, per distrazione cronica, per il fatto che tutto il resto sembra sempre più urgente.
Infine, c’è la terra buona, che non produce tutto allo stesso modo — il trenta, il sessanta, il cento — perché anche tra chi accoglie davvero ci sono misure diverse di fecondità, e questo è un sollievo, non un giudizio: non siamo tutti chiamati a produrre allo stesso modo, ma a produrre secondo ciò che siamo.
Forse il punto più umano della parabola è che nessuno è un solo terreno per sempre. Lo stesso uomo può essere sentiero in un momento della vita, terra sassosa in un altro, terreno buono più avanti — o il contrario. La domanda che la parabola lascia in sospeso non è “che tipo di terreno sono?”, ma “che terreno sto diventando?” o, forse, “che terreno desidero essere?”
