dell’Avv. Jacopo S. Francesco Bartolomei
Nel giro dell’ultimo lustro, il preconizzato declino del vecchio Continente e della civiltà liberaldemocratica espressa negli secoli XIX-XX si è fatto più plasticamente evidente. L’Europa appare in reale affanno sullo scenario mondiale, come un cavallo da corsa bolso o un pugile alle corde; comunque in posizione di forte svantaggio e ridotta competitività, con una crisi che non investe solo l’aspetto demografico e socio-economico, bensì primariamente l’identità e la capacità di proiettare all’esterno una immagine convincente di sé (cfr. Joseph Ratzinger, Lectio magistralis, “L’Europa nella crisi delle culture” Subiaco 01.04.2005, secondo cui il nostro Continente, rinnegando le radici giudaico-cristiane, non ha smarrito solo la fede, ma anche la razionalità classica greco-romana, con la dittatura del relativismo e la commutazione della libertà in fragilità esistenziale) (PS. solo 18 giorni ante elezione al Soglio pontificio).
Dopo la Repubblica francese, con la forma di governo semipresidenziale della V Costituzione di matrice gaullista, e la Repubblica Federale tedesca, ove la figura del Cancelliere ha perso di autorevolezza e il parlamentarismo bicamerale razionalizzato, con clausola di sbarramento per l’accesso alla rappresentanza, sembra cedere ai nuovi estremismi, ora anche il Regno Unito segna il colpo. Infatti, dalla fuoriuscita dopo 47 anni dall’UE, in forza dell’esito del referendum del 23.6.18 (vinto dai sostenitori della Brexit con esigua percentuale del 51,09%, con tasso affluenza alle urne del 72%) – l’United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland, culla del modello Westminster, del bipolarismo virtuoso, con l’alternanza pendolare di maggioranza e opposizione alla guida – oltre a crisi socio-economica con pochi precedenti, accusa sintomi di affaticamento.
Appena insediatosi Andrew Murray Burnham al civico n. 10 di Downing Street – altro esponente del partito laburista (56enne, nato nell’area metropolitana di Liverpool, ex sindaco di Manchester, Uomo del Nord) subentrato al dimissionario Keir Starmer, ha precisato i tre principali issues del programma governativo:
- Rilancio edilizia popolare, pure per ovviare al fenomeno dilagante degli homeless, non solo tra gente immigrata;
- Nazionalizzazione dei servizi pubblici essenziali, in primis sanità e trasporti;
- Sostegno all’occupazione giovanile.
Quindi il novello Premier, si connota non solo per l’abissale lontananza dalle politiche neoliberiste di Margareth Thatcher (Reaganeconomics in USA), ma anche per un revirement rispetto alla linea di Tony Blair, che aveva condotto sostanzialmente all’accantonamento nelle relazioni industriali delle Trade Unions e a malcelata sudditanza in politica estera alle direttive di Washington. Burnham ha in mente un piano di massiva reindustrializzazione del Paese, senza alcun mutamento delle scelte effettuate e coltivate in politica estera, nel biennio 2024-26 da Starmer (sostegno finanziario-militare pro Ucraina; serrato colloquio con altri partner europei). Tuttavia rimane il dato oggettivo che Egli è il settimo Premier succedutosi nell’arco di un decennio, alla guida dell’esecutivo di Sua Maestà e seppur la ridiscussione della Brexit non figura nell’agenda di governo (come invece vorrebbe la Scozia, mentre l’Irlanda del Nord è restata in parte nel mercato UE con configurazione ibrida, sancita dal “Protocollo NI-Windsor Framework” ), tuttavia egli non può ignorare il dato che l’addio di Londra all’UE è costato al Regno Unito all’incirca il 6-8% del PIL.
Il modello Westminster e il regime politico biparitico, assistito dal sistema elettorale maggioritario a collegi uninominali (first past the post), avrebbero dovuto garantire il cd. governo di legislatura, senza necessità di coalizioni rissose o rimpasti in itinere, ma constatiamo che anche il prototipo delle forme di governo parlamentari ha subito una modificazione spiccata.
L’esecutivo di coalizione guidato dal Premier Giorgia Meloni, al contrario può vantare un primato di durata, ma la stabilità è solo una precondizione per l’efficace azione di governo; invece nel caso dell’Italia a quasi 4 anni (22.10.26) dall’insediamento del Governo nessuna riforma costituzionale e/o istituzionale di largo respiro (autonomia differenziata, premierato, riforma della giustizia e istituzione Alta corte disciplinare, Regionalismo e enti locali, etc.) è stata portata a compimento, mentre il dibattito politico si incaglia sulla riforma della legge elettorale (cd. stabilicum) oppure è dominato dall’emotività demagogica riflessa dalla cronaca minuta (ennesimo decreto-legge in tema di sicurezza, inopinata ipotesi di riforma dell’istituto della legittima difesa, sull’onda del caso Roggero, conteso da Vannacci e Salvini; riforma dell’imputabilità penale dei minorenni, a fronte del dilagare delle baby gang).
Oltre ai pasticci del coinvolgimento delle prerogative presidenziali, in tema di concessione della grazia, qui si è avuto un profluvio di dichiarazioni a caldo – prima del deposito delle motivazioni della sentenza Cassazione, confermativa dell’ irrogazione della pena detentiva, e financo prima dell’inizio della reclusione dell’interessato (sic!) – reiterate asserzioni sulla sproporzionatezza della pena e assertive denunce della palese ingiustizia della previsione di risarcimento a favore delle parti civili, financo sui messaggi social provenienti da Palazzo Chigi.
Ovviamente il perverso circuito mediatico-giudiziario non perde alcuna occasione per sviare la frastornata opinione pubblica, dalle sfide essenziali che tanto sul piano interno che internazionale attendono il nostro Paese, nel quadro della UE.
Tuttavia, l’episodio è sintomo dell’incapacità di raffreddare a livello istituzionale l’impatto emotivo di accadimenti rilevanti per la propria frazione di opinione pubblica, nell’approssimarsi della scadenza elettorale a primavera 2027 e della corsa al Quirinale nel 2029.
Orbene, valutando la progressiva affermazione di movimenti estremisti in tutti i contesti nazionali europei (l’Ungheria di Orban è stata mero precursore) e l’incapacità di elaborazione di proposte convincenti a livello UE – ove, ad esempio, la politica serrata di riarmo e aumento delle spese militari, serve più a mascherare il fallimento dell’Esercito Europeo, che a blandire il riottoso “Alleato“ d’oltreatlantico – il periodo di incertezza e disorientamento è destinato a protrarsi, acuito dalle repentine evoluzioni ed involuzioni delle relazioni internazionali tra le Grandi Potenze (USA, Cina, Federazione Russa e India), e dai numerosi conflitti e focolai latenti (Taiwan, Corea del Nord, etc).
Per Governare una società complessa in un periodo così colmo di incertezze e di rapidi mutamenti, occorre formare una classe dirigente temprata, non che si ponga all’inseguimento del sentimento prevalente in un dato momento, spesso indotto dalla rappresentazione mediatica del fenomeno, per elevarlo a criterio di discernimento delle scelte.
È stato detto a proposito che “la politicizzazione permanente della cronaca inietta un veleno per la coesione sociale”, a detrimento della funzione di mediazione demandata alle Istituzioni.
In tale perverso vortice “ogni delitto, ogni sentenza, ogni intervento delle forze dell’ordine diventa l’occasione per riattivare identità precostituite, arruolando la cronaca alla propria propaganda…..ed i cittadini finiscono per l’esser consegnati al tribalismo delle appartenenze” (Ed. Altravoce di oggi, a firma di Alfonso Lanzieri).
Il Primato della Premier in rosa transeat, ma ora non abbiamo bisogno di Generali, Uomini della provvidenza, Telepredicatori e…last but not least, dell’ennesimo Pifferaio Magico (leggenda tedesca risalente al 1284, ambientata nella cittadina di Hameln, da cui la celeberrima fiaba “Der Rattenfanger von Hameln” dei fratelli Grimm).
Il Paese e l’Unione Europea necessitano di guide affidabili e talentuose, non di pifferai e pifferaie dal carisma ipnotico, con presa su masse anestetizzate.
