di Salvatore Sfrecola
Ho un ricordo straordinario di Raffaele Costa, parlamentare liberale, sottosegretario alla Giustizia, agli Esteri, all’Interno e ai Lavori Pubblici, poi ministro, alle Politiche comunitarie e agli affari regionali, alla sanità ed alle infrastrutture e i trasporti. Piemontese di Mondovì era portatore di quella cultura sabauda che è stata alla base della formazione dello Stato unitario. Sembrava in tutto e per tutto erede politico di Camillo Benso di Cavour, quanto della sua attenzione al bilancio pubblico ed alla sua gestione, e all’amministrazione pubblica, sempre al centro delle battaglie che ha condotto da parlamentare e da uomo di governo. Discreto, eppure energico, ricordo che vietò l’uso sproporzionato e un po’ arrogante delle auto blu, invitando i colleghi politici ad evitare di sfrecciare per Roma, anche quando non necessario, a sirena spiegata. Questo suo rigore aveva consegnato in alcuni volumi sugli sprechi della spesa pubblica sconsiderata, lui che appunto era l’erede della tradizione del “buon governo”, come Luigi Einaudi, della cui politica si considerava un po’ il continuatore. Di alcuni di questi libri, “L’Italia degli sprechi” e “L’Italia dei privilegi”, aveva chiesto anche a me di rivedere il testo, perché non ci fossero sbavature o errori, anche nella individuazione degli sprechi, delle disfunzioni, delle irregolarità e delle responsabilità che voleva denunciare. Questo incarico mi ha inorgoglito, perché rivelava una considerazione che, provenendo da una personalità che godeva di grande, generale stima, ho sempre ritenuto altamente gratificante.
Lo avevo conosciuto molti anni prima, da giovane studente universitario, quando avevo dato vita, a Roma, insieme ad altri colleghi, al Circolo “Il Sagittario” al quale lui ed altri parlamentari liberali e docenti universitari avevano dato un significativo contributo di idee tenendo conversazioni sempre molto apprezzate e richiamate anche dalla stampa, lieti di offrire ad un associazione di giovani un esempio di politica attenta alle esigenze della società, nell’attualità dei problemi che crescono e si moltiplicano e cambiano di volta in volta.
Era un servitore dello Stato che aveva con disciplina ed onore servito in tutte le sue esperienze politiche e professionali, da ultimo come parlamentare europeo e Presidente della Provincia di Cuneo. Si è letto sui giornali che aveva rinunciato all’auto di servizio.
Avvocato, aveva l’impronta del difensore dei diritti delle persone che intendeva tutelare, anche con i suoi libri sugli sprechi e le inefficienze. Un uomo dalla schiena dritta in tempi di opportunisti, aggregati all’ultimo politico che può assicurare vantaggi, una prebenda, un posto ben remunerato.
Era un conversatore piacevole. Sono stato suo Consigliere giuridico alla sanità ed alle infrastrutture, sempre rispettoso dei suoi collaboratori e della dirigenza ministeriale, senza quella spocchia tanto diffusa tra i politici che ritengono di sapere tutto e soprattutto di non avere bisogno di suggerimenti o di pareri. Dialogare, anche per una personalità politica, è dimostrazione di intelligenza, di cultura su una base di umiltà che significa rispetto degli altri.
Ha avuto la sorte amara di essere l’ultimo Segretario del Partito Liberale Italiano erede di una storia preziosa, di un’idea di stato del quale si sente molto il bisogno. Oggi molti si dicono liberali, perfino chi ha un passato comunista o fascista. A dimostrazione di una esigenza politica e umana che manca.
In politica, in Parlamento, c’è oggi un altro Costa, Enrico, suo figlio che ha una grossa responsabilità, mantenere viva una eredità di valori e di impegni politici e umani che ha dimostrato di saper coltivare. Del resto buon sangue non mente.
