di Jacopo Severo Bartolomei
Non son bastati 3 lustri di convulse vicende imprenditoriali, cambi di gestione e piani di bonifica, decine di pronunciamenti delle Supreme magistrature nazionali e sovranazionali, nonché l’emanazione di ben 15 decreti-legge urgenza a porre la parola fine all’“affaire” Ilva.
Il 16 settembre è, infatti, trapelata la notizia che il Primo Presidente della Corte di Cassazione ha fissato, con precedenza assoluta dinanzi alle SS.UU. civili, per il giorno 20.10.26 l’udienza pubblica di discussione del ricorso straordinario, proposto da Acciaierie Italia ex art. 111 Cost., avverso il decreto collegiale della Corte d’Appello di Milano in data 27.7.26, che ha disposto la chiusura dell’area a caldo con decorrenza 26 ottobre p.v.
Ricordiamo come l’11 u.s. la stessa Corte territoriale, pronunciandosi sulla sospensiva, l’aveva denegata statuendo, in conformità al testo vigente degli artt. 9, 32 e 41 Cost., sulla prevalenza da accordare alla tutela del diritto alla salute rispetto a quello di libera intrapresa. Pertanto, la ripresa dell’attività lavorativa nel plesso siderurgico di Taranto – il più grande d’Europa – non poteva avvenire nemmeno interinalmente, senza la previa bonifica integrale dell’amianto (circa 2000 tonnellate) e il rientro delle polveri sottili entro i limiti di sicurezza, motivo per cui l’unico altoforno ancora in funzione doveva essere spento.
La mera notizia della fissata udienza ha sortito 2 rilevanti effetti immediati: la sospensione dei licenziamenti e lo stop all’adozione di preannunciato ulteriore decreto-legge.
L’esecutivo a guida Meloni, su iniziativa dell’on. Adolfo Urso – Ministro del MIMIT (Ministero Imprese e Made in Italy) si apprestava a varare un decreto-legge, allorquando arrivata la notizia, ha fatto sapere che sino al 20 ottobre, si sarebbe provveduto solo a riconvocare le parti interessate (governo, sindacati e enti locali) al tavolo permanente su Ilva istituito presso il Ministero, onde proseguire nell’esame di ogni misura atta a fronteggiare la crisi industriale e le laceranti ricadute occupazionali.
Occorre rimarcare che pur senza altro decreto-legge, finanziato con budget di oltre 100 milioni, al tavolo son stati già presentati 17 progetti di rilancio industriale (investimenti per oltre 2 miliardi di euro), finalizzati a supportare la transizione e il rilancio dell’area siderurgica.
È toccato al sottosegretario Alfredo Mantovano, nel confermare che la bozza decreto ex Ilva usciva dall’odg del Consiglio dei Ministri, delineare la strategia governativa: assicurare un futuro all’acciaio in linea col green deal, sostituendo gli altiforni con forni elettrici alimentati a DRI, sempre operandosi per la prosecuzione della gara internazionale per la vendita del complesso, con tutela dei livelli occupazionali ed avvio dei progetti di reindustrializzazione dell’intera area di Taranto.
Ottimi propositi, di cui il noto brocardo afferma che siano lastricate le vie che conducono all’Ade. Infatti, nessuno, né tecnico né politico né della società civile, ha richiamato l’attenzione su un particolare non insignificante. La auspicata realizzazione di forni elettrici, pur contando sul massimo impiego di risorse finanziarie e mezzi di alta tecnologia, richiede almeno 36 mesi, cioè il funzionamento a pieno regime dovrebbe decorrere dal 1 gennaio 2031.
Tempo ragionevole e congruo per l’implementazione di un serio programma di riconversione industriale su larga scala, come quello delineato da Palazzo Chigi; tuttavia, periodo assolutamente lungo, un’“era geologica” per l’attuale scenario politico nazionale, che già si presenta in diuturna fibrillazione per due scadenze di rilievo. Il rinnovo delle Camere, in forza delle elezioni politiche nazionali che dovrebbero esser indette – salvo sorprese o imprevisti – entro il primo semestre dell’anno venturo, e la corsa al Quirinale, a fine mandato del Presidente Sergio Mattarella il 3 febbraio 2029.
Per ora si aspetta la prossima ravvicinata scadenza, ed i vari attori riprendono fiato, in primis pure i legali di Acciaierie Italia e i Commissari straordinari, decisi a rinnovare la richiesta alla Corte di Milano della sospensiva a termine dell’efficacia esecutiva del Decreto di Luglio, per riuscire a tener acceso l’ultimo altoforno sino al 20 ottobre. Poi dopo il verdetto “definitivo” della Cassazione, assisteremo alla nuova avvincente puntata della Telenovela, col rischio concreto dell’inconveniente insito nel “gioco dell’Oca”.
