martedì, Ottobre 27, 2026
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El Alamein, dove agli italiani non bastò il valore

di Salvatore Sfrecola

Nella memoria degli italiani El Alamein è associata inevitabilmente ad una frase scolpita sulla pietra, all’ingresso del Sacrario di quota 33, che sintetizza la vicenda della battaglia che si è svolta tra il 23 e il 26 ottobre 1942, “mancò la fortuna, non il valore”. E in effetti in quella battaglia il coraggio degli italiani fu straordinario e riconosciuto anche dai vincitori, in particolare il valore dei paracadutisti della Folgore.

Il nome di El Alamein indica una minuscola stazione ferroviaria sul Mediterraneo, ma nell’estate del 1942 era diventato il perno dell’intero fronte nordafricano. Qui il deserto si stringe tra il mare a nord e la depressione di Qattara a sud, un’enorme conca di sabbia impraticabile ai mezzi pesanti. Era il campo ideale per chi aveva più uomini, più cannoni e rifornimenti più vicini, e non per chi, come Erwin Rommel, aveva fatto della manovra la propria strategia, e per questo “Volpe del deserto”.

Fu la battaglia che cambiò il volto della guerra nel deserto. E mise fine alla minaccia delle truppe dell’Asse sul Canale di Suez e i pozzi petroliferi mediorientali. Dal punto di vista psicologico fu la prima grande vittoria terrestre britannica contro la Germania, dopo numerose sconfitte. Churchill la riassunse in una frase rimasta celebre: “prima di Alamein gli Alleati non avevano mai vinto, dopo non avrebbero più perso”.

Dopo la caduta di Tobruk, dove morì Italo Balbo Governatore della Libia, a giugno, la Panzerarmee Afrika, composta da tedeschi e italiani, era arrivata a meno di cento chilometri da Alessandria. A luglio la prima battaglia di El Alamein, condotta dal generale Claude Auchinleck, aveva fermato l’avanzata senza però risolvere nulla. Ad agosto Winston Churchill cambiò i vertici: il comando dell’VIII Armata passò a Bernard Law Montgomery, un generale metodico, ossessionato dalla preparazione e dal morale delle truppe.

Quando, la sera del 23 ottobre, iniziò l’offensiva britannica, i rapporti di forza erano netti. L’VIII Armata britannica schierava circa 195mila uomini e oltre mille carri armati, molti dei quali Sherman e Grant forniti dagli Stati Uniti. L’Asse contava circa 116mila soldati, per metà italiani, e meno di seicento carri, spesso antiquati.

Pesava soprattutto la carenza di carburante: i convogli diretti in Libia venivano decimati dalla flotta e dall’aviazione britannica che già aveva dominato il cielo di Tobruk. Grazie al codice Ultra gli inglesi conoscevano rotte e orari.

Rommel, ammalato, era in convalescenza in Germania. Lo sostituiva il generale Georg Stumme, che morì d’infarto il 24 ottobre, al secondo giorno di combattimenti. Rommel rientrò in Africa il giorno dopo, in una situazione già compromessa.

L’operazione, battezzata Lightfoot, prese avvio alle 21.40 con un tiro d’artiglieria di circa novecento pezzi, concentrato per ore sulle linee avversarie. Poi avanzarono i genieri e la fanteria. Il problema per gli inglesi erano le mine: l’Asse aveva seminato centinaia di migliaia di ordigni in profondità, in quelli che i soldati chiamarono “giardini del diavolo”. Aprire varchi sotto il fuoco fu lento e costoso, e i carri rimasero a lungo incolonnati.

La 7^ divisione corazzata e la 44^ di fanteria britanniche attaccarono le posizioni tenute dalla Folgore inizialmente il 23 – 24 ottobre, mentre contemporaneamente una brigata della Francia libera si lanciava all’attacco contro le posizioni di Nabq Rala, poco a nord di El Qattara. L’obiettivo delle forze alleate e britanniche era di attirare l’attenzione verso le posizioni meridionali dello schieramento delle unità dell’Asse per impegnare direttamente i gruppi di difesa mobile schierati nella zona, composto dalla divisione Ariete e dalla 21nzer tedesca. Per sfondare le posizioni tenute dalla Folgore e avanzare sul pianoro di Deir Alinda. Sulla carta questo era un obiettivo alla portata dell’8^ armata britannica grazie alle forze schierate e al fatto che gli italiani disposti in difesa mancavano di pezzi di artiglieria controcarro. Tuttavia la Folgore poteva contare su alcuni tra i soldati meglio addestrati del Regio Esercito. Di fronte all’attacco nemico, preceduto da un massiccio bombardamento di artiglieria, essi sfruttarono il lento progredire delle forze britanniche attraverso i campi minati. Il 25 ottobre la 4^ brigata corazzata è la 69^ brigata di fanteria britannica assalirono le posizioni della Folgore al Deir el Munassib, difese da raggruppamenti Ruspoli e Bechi. Gli attaccanti riuscirono a penetrare la linea degli avamposti italiani ma solo per fronteggiare un immediato contrattacco e un massiccio fuoco di sbarramento da parte dell’artiglieria italiana e tedesca tanto che, alla fine del giorno la 4^ brigata aveva perduto 22 carri armati senza che le forze britanniche fossero riuscite a sfondare e superare la linea di difesa italiana.

Per quasi dieci giorni la battaglia fu una logorante guerra di posizione, fatta di assalti e contrattacchi. Montgomery, mutata la direzione dello sforzo principale, puntò a consumare le riserve nemiche più che a conquistare terreno. Fu una scelta cinica quanto efficace: l’Asse non poteva rimpiazzare le perdite.

Il valore dei soldati italiani fu grande e riconosciuto. Le divisioni Ariete, Littorio e Trieste combatterono con mezzi inferiori, spesso senza adeguata copertura aerea e con rifornimenti scarsi. La Folgore resistette per giorni nel settore meridionale contro forze molto superiori, guadagnandosi il rispetto degli stessi avversari.

Il 2 novembre Montgomery lanciò l’operazione Supercharge, un nuovo colpo concentrato in un settore ristretto. Il fronte cedette. Rommel, con pochi carri efficienti e il carburante ormai agli sgoccioli, chiese di ripiegare. Hitler rispose con l’ordine di resistere fino all’ultimo uomo, che Rommel esitò a eseguire e poi disattese il 4 novembre, quando la ritirata divenne inevitabile. Le unità italiane, prive di automezzi, furono in gran parte lasciate indietro e finirono prigioniere.

Le perdite parlano chiaro: circa 13mila uomini tra morti, feriti e dispersi per gli Alleati, oltre 30mila per l’Asse, includendo i prigionieri. L’8 novembre, con lo sbarco anglo-americano in Marocco e Algeria (operazione Torch), le forze dell’Asse in Africa si trovarono strette in una tenaglia che si sarebbe chiusa in Tunisia pochi mesi dopo.

Bravissimi e coraggiosi tutti, l’epopea della Folgore racconta di episodi straordinari e lascia in eredità storie individuali straordinarie che ci inorgogliscono ancora.

Resta anche un’altra eredità. I cimiteri di guerra che punteggiano la costa egiziana, con il sacrario italiano, il cimitero tedesco e quello del Commonwealth quasi affiancati, ricordano che in quella sabbia caddero giovani di tre continenti, mandati a combattere per decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza con incredibile irresponsabilità.

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