di Salvatore Sfrecola
1. Dopo Caporetto: l’ora della prova
Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 1917 l’offensiva austro-tedesca sull’alto Isonzo spezzò il fronte italiano. In pochi giorni l’esercito si ritirò dall’Isonzo al Tagliamento e poi, nei primi giorni di novembre, sulla linea del Piave. Non fu soltanto una sconfitta militare: fu una crisi di fiducia che investì il comando, il governo, il Paese e, soprattutto, il giudizio che gli alleati si erano fatti dell’Italia.
In quelle settimane il sistema politico cambiò volto. Il governo Boselli cadde e il Re chiamò Vittorio Emanuele Orlando a formare il nuovo gabinetto, in cui si ritrovarono forze di diversa provenienza. Orlando, secondo la ricostruzione più accreditata, pose la rimozione di Luigi Cadorna come condizione per accettare l’incarico: lo chiedevano l’opinione pubblica, il Parlamento e, con insistenza, i governi di Londra e di Parigi, che si preparavano a inviare soccorsi.
In questo quadro si collocano i due incontri interalleati di Rapallo (5-7 novembre) e di Peschiera del Garda (8 novembre), ai quali presero parte, per la Gran Bretagna e per la Francia, Lloyd George e Paul Painlevé, e per l’Italia il Re e Orlando. Il convegno di Peschiera, tenuto nella scuola elementare addossata all’antica fortezza veneziana della cittadina gardesana, è rimasto nella memoria nazionale come il momento in cui la Corona assunse, davanti agli alleati, la difesa dell’esercito e del Paese.
2. Due conferenze, un’unica posta in gioco
È utile distinguere i piani. A Rapallo si trattò soprattutto di coordinamento politico-strategico: nacque il Consiglio supremo di guerra interalleato e si definì l’invio di forze francesi e britanniche in Italia, nell’ordine di una decina di divisioni. Londra e Parigi, però, non erano disposte a mandare uomini senza garanzie: chiesero che il comando italiano fosse affidato a una guida meno rigida e più affidabile di quella di Cadorna.
Peschiera fu, nella sostanza, il luogo in cui questi impegni vennero presentati e confermati davanti al Sovrano e dove si affrontò il nodo più delicato: dove si sarebbe fermata la ritirata. Il convegno non fu una cerimonia. Fu il momento in cui gli alleati misurarono la volontà di resistenza dell’Italia, e in cui l’Italia dovette dimostrare di averla.
3. Il Mincio o il Piave: la posta in gioco
Il punto più controverso riguardava la linea di difesa. Una parte dei vertici alleati, preoccupata dal rischio di un secondo, definitivo collasso, riteneva che l’arretramento sul Mincio, molto più a ovest, avrebbe offerto un fronte più corto e più sicuro. Era un ragionamento militarmente plausibile, ma politicamente devastante: significava abbandonare Venezia e buona parte del Veneto, cedere al nemico la pianura più ricca del Nord-Est e certificare agli occhi del mondo la dissoluzione dello Stato italiano come potenza combattente.
Le fonti concordano su un punto decisivo: il Re sostenne la scelta del nuovo comando di tenere fermo il fronte sul Piave, per impedire la caduta di Venezia. Non era una difesa d’ufficio. Una ritirata sul Mincio avrebbe lasciato nelle mani austro-tedesche territori nei quali l’esercito italiano si era battuto per due anni e mezzo, con prezzi umani altissimi, e avrebbe consegnato al nemico un’enorme risorsa politica e di propaganda.
È qui che il tema del valore del soldato italiano si salda con quello della strategia. Chi voleva arretrare riteneva, almeno implicitamente, che le truppe non avrebbero retto un nuovo urto sul Piave. Chi voleva resistere partiva dalla convinzione opposta: che il crollo di Caporetto fosse l’esito di errori di comando, di impreparazione e di una sorpresa tattica, non della viltà dei soldati.
4. Il Re e il soldato italiano
La storiografia ha dedicato molta attenzione alla figura di Vittorio Emanuele III durante la Grande Guerra. Valentina Villa, in uno studio del 2018 dedicato al «re vittorioso», sintetizza la tradizione secondo cui Lloyd George, nelle proprie memorie, avrebbe scritto che a Peschiera il Re aveva salvato l’Italia. Il giudizio, formulato da uno dei protagonisti del tavolo alleato, è tanto più significativo in quanto proviene da un uomo che non era certo incline a indulgenze verso il comando italiano.
Perché il Re fu in grado di svolgere quel ruolo? Per almeno tre ragioni.
La prima è la presenza. Vittorio Emanuele III aveva trascorso la guerra vicino al fronte, al seguito del Comando supremo: la memorialistica coeva lo ha consegnato al pubblico come «re soldato». Il titolo ha anche una componente di propaganda, e va letto con cautela, ma indica un fatto: il sovrano conosceva dall’interno le condizioni dell’esercito e poteva parlarne agli alleati con un’autorevolezza che nessun uomo politico di Roma avrebbe avuto.
La seconda è la ricostruzione del quadro causale di Caporetto. Il bollettino emesso da Cadorna il 28 ottobre attribuiva il cedimento alla mancata resistenza di reparti della Seconda armata, accusati di essersi ritirati senza combattere. Era una lettura sommaria e ingiusta, che il Paese e l’esercito vissero come un’offesa. Difendere il soldato davanti agli alleati significava anzitutto respingere quella lettura e collocare la responsabilità dove le inchieste successive l’avrebbero cercata: negli errori della catena di comando, nella dottrina difensiva e nella gestione dei reparti.
La terza è la coerenza istituzionale. Lo Statuto albertino attribuiva al Re il comando supremo delle forze armate. Quando il Re parlava dell’esercito, non esprimeva un’opinione: rivendicava una responsabilità costituzionale. Il suo intervento a Peschiera ebbe quindi un peso diverso da quello di un qualsiasi consigliere: impegnava la Corona, e la Corona, in quel momento, era l’unico elemento stabile in un panorama di governi caduti e di comandi sotto accusa.
A Peschiera esiste una lapide che riporta parte del discorso pronunciato quel giorno dal sovrano. Chi la visita oggi, nella sala storica della fortezza, trova il segno di come la memoria locale e nazionale abbia voluto conservare quell’episodio come un atto fondativo della resistenza.
5. Dal convegno alle scelte: Cadorna e Diaz
La difesa del soldato italiano non fu una posizione retorica. Ebbe conseguenze precise, la più importante delle quali riguarda il comando.
La sostituzione di Cadorna fu il frutto della convergenza di tre volontà: quella di Orlando, che ne aveva fatto una condizione per assumere il governo; quella degli alleati, che la ponevano in rapporto ai soccorsi; e quella del Re, che alla fine firmò il provvedimento e ne assunse la responsabilità costituzionale. Una fonte specialistica ricorda che Londra e Parigi inviarono rinforzi per una decina di divisioni, ma pretesero la sostituzione di Cadorna con un comandante meno rigido; Orlando scelse Armando Diaz.
Sulla data esatta dell’avvicendamento le fonti non coincidono nei dettagli: alcune indicano il 7 novembre, altre collocano la decisione tra il 5 e il 7 novembre e il perfezionamento negli ultimi giorni della settimana, con l’assunzione effettiva dell’incarico tra l’8 e il 9 novembre. È un’oscillazione tipica dei momenti di crisi, nei quali la decisione politica, il decreto e l’effettivo passaggio delle consegne non coincidono. L’essenziale è che la scelta di Diaz fu compiuta nell’arco dei giorni di Rapallo e Peschiera e in stretta relazione con essi.
È importante non attribuire alla sola Corona un atto che fu, nella sostanza, di governo. Nel sistema statutario la nomina dei vertici militari avveniva con decreto reale, ma la scelta politica spettava in larga misura al Presidente del Consiglio. Il ruolo del Re, in questo passaggio, fu quello di sostenere la scelta, di garantirla con la propria firma e, soprattutto, di darle coerenza con la linea difesa a Peschiera: tenere il Piave e rimettere in piedi un esercito.
6. Perché Diaz
La scelta di Diaz fu una scelta di metodo, prima ancora che di persona. Cadorna aveva guidato l’esercito con una disciplina durissima, fatta di ordini perentori e di sanzioni severe, e con una diffidenza sistematica verso la truppa e verso gli ufficiali. Diaz, napoletano di formazione tecnica solida e fino a quel momento non protagonista dello scontro con la politica, era considerato un comandante più riflessivo, attento alle condizioni dei reparti e capace di dialogare con i comandi alleati.
In un esercito appena uscito da una rotta, la prima urgenza non era la dottrina, ma la fiducia. I soldati dovevano sapere di essere considerati combattenti, non di essere trattati come sospetti. Il nuovo Capo di Stato Maggiore intervenne sulle condizioni materiali (licenze, vitto, trattamento), sulla propaganda interna e sulla cura delle truppe, e attuò una difesa elastica sulla nuova linea. La scelta di Diaz appare così come la naturale prosecuzione, sul piano del comando, della tesi sostenuta a Peschiera: se i soldati erano degni di fiducia, andavano guidati in modo da meritarla.
La risposta venne sul campo. Nelle battaglie del Grappa e del Piave, tra novembre e dicembre 1917, l’esercito resse l’urto e il fronte non cedette. La tenuta non cancellò le conseguenze di Caporetto, che furono pesantissime, ma segnò la differenza tra una battuta d’arresto e una disfatta definitiva.
7. Il proclama del 10 novembre e la tenuta del Paese
Due giorni dopo Peschiera, il 10 novembre 1917, il Re e tutto il ministero Orlando firmarono un proclama alla nazione, diffuso dal Quartier generale, che invitava gli italiani alla resistenza. L’atto è importante perché mostra la coerenza tra ciò che era stato sostenuto davanti agli alleati e ciò che veniva chiesto al Paese. La Corona si presentava, per la prima volta in modo così esplicito, come garante dell’unità nazionale nel momento del pericolo, al di sopra delle parti e insieme a un governo di coalizione.
Questo aspetto spiega perché la memoria successiva abbia attribuito al Re un ruolo centrale. Un anno dopo, nel novembre 1918, Diaz salutò il sovrano come il comandante supremo che aveva guidato la nazione attraverso tre anni di gravi sacrifici e che aveva potuto realizzare la missione dei suoi antenati: il completamento dell’unità d’Italia. Il riconoscimento, formulato proprio dall’uomo che il Re aveva sostenuto a Peschiera, chiudeva idealmente il cerchio.
8. Mito e storia: i limiti di una lettura
Un saggio argomentativo non può fermarsi alla tesi che difende. Occorre misurarla con le obiezioni.
La prima riguarda il peso reale dell’intervento regio. La tradizione ha magnificato Peschiera: il discorso è stato ripetuto, scolpito e ricordato in forme che gli studiosi giudicano in parte celebrative. Lo stesso Vittorio Emanuele III, secondo una testimonianza riportata in raccolte di citazioni, ebbe in seguito parole di netto ridimensionamento sull’episodio, quasi a scoraggiarne l’enfatizzazione. È un elemento da non trascurare: il sovrano sapeva che la decisione di resistere sul Piave era già maturata nel nuovo comando e che non dipendeva da un solo intervento.
La seconda obiezione è che la svolta si spiega anche, e forse soprattutto, con altri fattori: la determinazione di Orlando, la compattezza del nuovo governo, l’aiuto degli alleati, l’allungamento delle linee nemiche e le difficoltà logistiche dell’offensiva austro-tedesca. La resistenza sul Piave non fu il frutto di una sola voce, ma di una convergenza.
La terza obiezione è di ordine più ampio. Il giudizio su Vittorio Emanuele III non può essere ristretto al biennio 1917-1918. La storiografia sul suo ruolo nel dopoguerra, a partire dalla crisi dello Stato liberale e dall’avvento del fascismo, è lunga e per molti aspetti severa. Parlare di Peschiera non significa assolvere né condannare l’intero regno, ma riconoscere che, in quel preciso frangente, l’atteggiamento della Corona ebbe effetti concreti.
La lettura più equilibrata è, quindi, la seguente: il Re non fu l’unico artefice della resistenza e non scelse da solo Diaz, ma la sua azione a Peschiera, nel sostenere il Piave e la fiducia nel soldato italiano, fu un elemento determinante nel mettere gli alleati nelle condizioni di non abbandonare l’Italia e nel consentire a governo e comando di compiere le scelte che ne derivarono.
9. Conclusione
Peschiera non è la battaglia che salvò l’Italia. È il momento in cui si decise che l’Italia valeva la pena di essere difesa dove si trovava: sul Piave, a due passi da Venezia, con un esercito al quale si riconosceva ancora la dignità di combattere. In quella decisione il Re ebbe una parte, legata alla sua posizione costituzionale, alla vicinanza al fronte e alla coerenza con la linea che il nuovo comando stava per attuare.
La nomina di Diaz fu il corollario naturale di quella scelta: un comandante che rispondesse alla fiducia con la fiducia. La storia successiva, da Vittorio Veneto alla vittoria del novembre 1918, mostrò che la scommessa era fondata. Resta, per lo storico, il dovere di tenere distinti il mito, che tende a concentrare ogni merito in un solo volto, e la ricostruzione, che riconosce le molte mani che quel mese tennero in piedi il Paese.
Fonti e riferimenti bibliografici
- Villa, Valentina Giorgia Maria, The Victorious King: The Role of Victor Emmanuel III in the Great War, 2018 (DOI 10.1007/978-3-319-89515-4_8): sintesi della tradizione sul giudizio di Lloyd George.
- Azzoni Avogadro, Francesco, L’amico del Re. Il diario di guerra inedito dell’aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, Udine, Gaspari, 2009.
- Bertoldi, Silvio, Vittorio Emanuele III. Un re tra le due guerre e il fascismo, Torino, UTET, 2002.
- de’ Giovanni Centelles, Guglielmo, Re di Pescara o Re di Peschiera? Vittorio Emanuele III, Re Soldato, in Vittorio Emanuele III, il Re Costituzionale, Collana diretta da Alessandro Sacchi
- Martini, Ferdinando, Diario 1914-1918, a cura di Gabriele De Rosa, Milano, Mondadori, 1966.
- Solaro del Borgo, Vittorio, Giornate di guerra del re soldato, Milano, Mondadori, 1931.
- Voci «Victor Emmanuel III, King of Italy», «Piave, Battles of the» e «Interventionism (Italy)» in 1914-1918-online. International Encyclopedia of the First World War.
- Per la memoria locale del convegno: Fortezza di Peschiera del Garda, Sala storica (lapide con parte del discorso del Re dell’8 novembre 1917).
