di Salvatore Sfrecola
Nelle polemiche seguite alla decisione del GIP di Milano di non accogliere le richieste della Procura della Repubblica di misure cautelari a carico di Youssef Siher è emerso che il giudice aveva sottoscritto un appello di giuristi “per Gaza”, insieme ad oltre un migliaio di altri, avvocati soprattutto. E questo, ad alcuno, è parso un argomento idoneo a mettere in dubbio la serenità del giudizio.
Non ho letto la richiesta di rinvio a giudizio né la sentenza del GIP. Non sono, dunque, in condizione di esprimermi in merito che mi guarderei bene dal fare in ogni caso non conoscendo i documenti a supporto. Anche se probabilmente, ove la “vicinanza” del giudice alle idee di Siher avesse guidato la decisione, sarebbe possibile evincerlo da qualche considerazione sul significato della ricostruzione dei fatti posti a fondamento della domanda del P.M..
Il che conferma quanto ho scritto più volte: è destituita da fondamento la tesi che il giudice si appiattisca sulle richieste del P.M.. Ognuno svolge un ruolo e ad essi si attiene.
Voglio, invece, trarre spunto dalla vicenda della sottoscrizione dell’appello per soffermarmi, in via generale, sul fatto, certamente minoritario, che magistrati partecipino a manifestazioni promosse da partiti politici o da organizzazioni collaterali di carattere culturale o, come nel caso, sottoscrivano appelli su iniziative legislative o sociali promosse da soggetti in qualche misura riferibili a partiti politici.
Escludo che la scelta, evidentemente sollecitata da spirito umanitario, considerata la tragedia che vive la popolazione di Gaza che subisce gli effetti di una guerra tra l’esercito di Israele ed i terroristi di Hamas che si nascondono tra gli abitanti della Striscia, abbia influito a pro di Siher. Considerato anche che il P.M. che ha chiesto le misure cautelari avrebbe sottoscritto il medesimo appello.
Eppure la cosa mi disturba molto.
I magistrati debbono essere non solamente indipendenti ma anche “apparire” tali agli occhi del cittadino il quale non deve dubitare che il P.M. o il giudice sia condizionato dalle idee “politiche” che manifesta per cui, al posto del GIP di Milano, avrei chiesto al Capo dell’Ufficio di essere sostituito per un motivo di opportunità, avendo manifestato un orientamento condiviso anche dalla persona la cui condotta, ritenuta illecita dalla Procura, avrei dovuto giudicare. Perché il solo sospetto toglie prestigio al giudice, alla sua pronuncia e danneggia l’immagine della Magistratura agli occhi del cittadino che, invece, deve poter fare affidamento sulla giustizia. Che la politica non perde occasione per accusare quando le iniziative investigative dei Procuratori e le pronunce dei Giudici non sono gradite. Ciò che accade sovente, come per l’acciaieria di Taranto quando la Corte d’appello di Milano e la Corte di cassazione hanno affermato la prevalenza del diritto alla salute degli operati e della popolazione rispetto a pur importati esigenze di carattere economico e sociale.
L’occasione è propizia per riflettere sulla frequente esposizione di magistrati rispetto ad iniziative culturali dall’evidente risvolto politico. Inopportuna in ogni caso. Il fatto è che questa limitazione “ratione officii” taluni non accettano. I magistrati si sentono difensori dei valori civili sanciti dalla Costituzione ed espressione della cultura giuridica occidentale per cui ritengono che, come ogni altro cittadino, possano esprimere idee e manifestare orientamenti culturali.
Non debbono assolutamente farlo perché, in questo modo, “appaiono” non indipendenti e pertanto delegittimati nell’esercizio del loro ruolo, fondamentale in qualunque ordinamento, in ogni tempo.
Eviteremmo anche quelle scomposte reazioni della classe politica e di governo che anche in passato hanno determinato polemiche violente con l’Associazione Nazionale Magistrati che hanno finito per screditare la Magistratura, considerato anche che la politica dispone di mezzi d’informazione che possono orientare l’opinione pubblica.
