di Salvatore Sfrecola
Ci siamo tutti chiesti come una Torre antica, di oltre mille anni, sopravvissuta ad eventi distruttivi di vario genere, rivolte popolari, guerre e terremoti sia potuta in parte franare nel corso di lavori di restauro seppellendo, tra l’altro, ancora un anziano operaio alla vigilia della pensione. È la Torre dei Conti, solenne monumento nel cuore di Roma, all’estremità orientale dei Fori Imperiali affacciata sul largo Corrado Ricci, tra via Cavour e la Basilica di Massenzio, costruita su una delle esedre del Templum Pacis, voluto dall’Imperatore Vespasiano nel primo secolo d.C., ad iniziativa di Corrado Conti, fratello di Papa Innocenzo III, che nel 1200 circa decise di erigere la torre a simbolo del potere della propria famiglia.
Alta quasi 60 metri, costruita in laterizio e blocchi di travertino prelevati dai Fori, era una delle più maestose torri dell’epoca. Francesco Petrarca la definì Tota Urbe Unica. Nel 1349 fu danneggiata da un violento terremoto che ne compromise la stabilità riducendone l’altezza. Nel ‘600 Papa Alessandro VIII dispose il suo consolidamento con tre grandi contrafforti in mattoni e travertino sul lato di largo Corrado Ricci per contrastare le spinte laterali e stabilizzare la base. Ed è stato proprio uno di questi che è crollato.
Il cantiere è stato sequestrato, la magistratura accerterà le cause del crollo. Ma la mente già corre ad altre precedenti vicende che hanno interessato opere pubbliche datate, a causa di mancanza di manutenzione o di interventi effettuati trascurando l’impatto con tecniche di lavorazione proprie dell’epoca della costruzione che avevano dimostrato tuttavia di poter durare nel tempo.
La manutenzione, la grande assente nell’attività ordinaria dello Stato e delle amministrazioni locali. Come nel caso – lo ricorderanno i lettori – del crollo di un tratto delle mura aureliane. Qualcuno disse, sfidando il ridicolo, che quel crollo era conseguenza di un “difetto di fabbricazione”, per coprire la mancanza di interventi manutentivi sulla struttura muraria dalla quale sporgevano arbusti ed alberi che, con le loro radici, avevano inciso a fondo la compattezza del manufatto.
Il fatto è che le attività di conservazione del nostro patrimonio, come dell’ambiente (le maestose alberature delle ville e dei viali, ad esempio) non danno lustro immediato alla politica che preferisce fare qualcosa di nuovo che colpisca l’attenzione della gente. Quante volte vediamo inferriate coperte di ruggine fino a quando si presenta la necessità di un intervento di rifacimento totale, magari perché è accaduto l’incidente, il crollo di un’inferriata, la rovina di un albero. Con costi maggiori ma con sicuro effetto sull’opinione pubblica che dimentica di aver visto per anni il degrado.
Ricordo di essere intervenuto molti anni fa, da Procuratore della Corte dei conti, a segnalare il degrado dei mosaici del Foro Italico che in quel momento subivano una forte perdita di tessere con alterazione delle immagini che raccontavano imprese sportive. Mi stupì molto quando un’autorevole personalità, che rivestiva un qualche compito nell’ambito del Coni, evidentemente interessato perché era nota la nostra conoscenza, mi disse di non preoccuparmi perché i mosaici si potevano rifare. Rimasi di sasso. Non difendevo un’opera di epoca fascista, non so dire se pregevole o meno dal punto di vista artistico, ma un bene tutelato che avrebbe dovuto essere conservato nelle migliori condizioni possibili.
È l’Italia di oggi. Purtroppo trascurata in tutto, nei beni, come nei valori, qualunque sia la maggioranza politica di turno.
