di Salvatore Sfrecola
“Sinner, Musetti e Cavour”, è “Il caffè” di Massimo Gramellini che per conto del Corriere della Sera ci ha svegliato dal torpore mattutino di un sabato qualunque. Come sempre quel caffè stimola qualche sorriso. Stavolta con divagazioni sull’essere o sentirsi italiano, richiamando il toscano Musetti e l’altoatesino Sinner e le loro scelte quanto alle gare cui partecipare. Immaginando i presumibili commenti della gente: perché “se Musetti rinuncia alla Nazionale è perché è stanco. Mentre se vi rinuncia Sinner è perché è straniero. Per sentirsi accettato come connazionale, a un italiano di confine o di seconda generazione non basta essere italiano. Deve dimostrare continuamente di esserlo. Eppure, l’Italia è stata fatta da un fuoriclasse che di nome faceva Cavour, e che parlava, e addirittura pensava in francese”.
Caro Gramellini ti sei inerpicato in una storia che evidentemente è quella appresa a scuola, quando tutti dicevano, per semplificare, che Cavour è stato un ottimo diplomatico e pensava soprattutto ad ampliare il Regno di Sardegna, dimenticando che è stato un grande riformatore dell’amministrazione e della finanza, come ha ricordato Mario Draghi presentando il suo governo. Quanto al suo pensiero, in tempi non sospetti, come scrive Giuseppe Galasso, il grande storico meridionale allievo di Benedetto Croce, nella prefazione ad un volume di lettere, diari, scritti e discorsi di Cavour, a cura di Adriano Viarengo, Cavour “pensava l’Italia considerata come un solo paese”. Ne scriverà ancora, quando “non era allora frequente un discorso unitario italiano neppure a proposito dell’economia della penisola”, aggiunge Galasso.
Ne dà prova, “giovane debuttante in una carriera nella quale gli inizi sono difficili”, come lui stesso scrive in una lettera a Cesare Balbo, in un “lavoretto”, l’Extrait du rapport sur l’état des pauvres en Angleterre, con il quale annota il Report del governo inglese sul sistema di pubblica assistenza e ne ricava “il principio della carità legale, che non deve sostituire, annullandolo, ma deve integrare il principio religioso e morale della carità privata”. È vero, scrive in francese, come usava tra le persone colte del suo tempo (che qualche decennio prima scrivevano in latino) e Balbo lo critica per questo. “Il rimprovero”, ammette Cavour il 12 marzo 1835, “è fondato. Avrei dovuto stendere il mio lavoro in italiano. Era per me un dovere. Sento tutta la giustezza di queste osservazioni. Grazie al cielo, malgrado tutte le delusioni politiche… l’amore per la mia patria e la mia patria italiana non si è per nulla indebolito nel mio cuore. Amo l’Italia e la vorrei servire in qualche modo, vorrei contribuire al suo onore e alla sua gloria, non fosse che aggiungendo una sola pietruzza all’immenso edificio della sua letteratura e delle sue scienze”. Cavour ha fin da allora chiarissima una visione “nazionale” della storia e dell’economia.
