di Salvatore Sfrecola
Alla vigilia ho sentito ripetere da molti dei commentatori schierati dalle testate televisive che avremmo incontrato una squadra “modesta” che, però, ha fatto sudare gli azzurri. Con contestazioni da parte del pubblico. “La contestazione dei tifosi mi fa star male. Sicuramente ci conquisteremo il mondiale”, è stato il commento di Rino Gattuso. Che ha aggiunto “sono molto contento della prestazione dei miei ragazzi. Abbiamo mandato in campo una squadra interamente nuova e sapevamo che sarebbero potute arrivare delle difficoltà. Sono un po’ arrabbiato per quello che ho sentito nel secondo tempo. Venire qua e sentire i tifosi che dicono ai miei giocatori ‘andate a lavorare’ ci sono rimasto male, sono rammaricato”.
Altri commenteranno con maggiore competenza l’andamento della gara, le prestazioni dei singoli, le “pagelle” che accompagnano le partite, soprattutto quando di qualificazione ai Mondiali 2026, un obiettivo al quale gli italiani guardano con speranza.
Mi soffermo, invece, su quel “modesta” attribuita alla squadra della Moldavia, una qualificazione sentita altre volte alla vigilia di un incontro sportivo che, a mio giudizio, è una colossale sciocchezza oltre a poter essere un’imprudenza e un errore. Infatti, definire modesto l’avversario significa anche svilire l’eventuale risultato positivo. Perché se vinciamo una squadra modesta anche il merito della nostra si riduce di molto.
È una brutta abitudine italiana quella di svilire l’avversario. Abitudine scioccamente ricorrente, come quando il Cavalier Benito Mussolini usava ripetere che l’esercito inglese era l’ultimo del mondo, dimenticando che aveva costantemente vinto nelle guerre alle quali aveva partecipato, da quelle contro Napoleone a quelle contro la Germania. Ma la cosa più umiliante fu sentir dire da Winston Churchill alla Camera dei Comuni, nel discorso con il quale annunciava la fine della guerra: “l’ultimo esercito del mondo ha battuto il penultimo”.
Evitiamo queste affermazioni categoriche e indimostrabili delle quali la politica spesso si bea nella certezza che il messaggio comunque colga nel segno e resti nell’immaginario della gente, incurante del rischio di una dolorosa verifica sul campo.
