di Salvatore Sfrecola
Poche immagini, come quella del Presepe, evocano gioia, serenità e pace. Gioia, perché la nascita di una nuova vita è naturalmente fonte di felicità e, insieme, di fiducia e speranza. Nel caso, poi, sappiamo che quel Bambino è il figlio dell’Altissimo e la sua discesa in terra conferma la profezia che aveva rivelato il suo ruolo di Salvatore del mondo. Ed è pertanto fonte di serenità, strettamente legata alla speranza e quindi alla pace.
Il Presepe è esso stesso immagine di serenità nella rappresentazione delle persone intente alle loro ordinarie attività quotidiane, i pastori e quanti accudiscono gli animali, i falegnami, i fabbri, i panificatori, le donne che filano, che lavano i panni nel ruscello, o portano le giare, a fianco o sulla testa. Persone modeste ma felici.
Non c’è mai nel Presepe un soldato, anche se sarebbe stato possibile. Un militare garantisce sicurezza ai singoli e alla società.
C’è un clima di serenità. Anche il lavoro, naturalmente fonte di fatica, appare espressione di ordinaria operosità. Ed è proprio questa immagine del Presepe che sottolinea la novità che porta il Bambino e che sarà oggetto della sua predicazione, assolutamente sconvolgente, come l’affermazione che tutti gli uomini e le donne che animano il Presepe e il mondo intero sono uguali tra loro, indipendentemente dal censo e dal ruolo che rivestono nella società, perché tutti sono figli di Dio. È una verità sconvolgente che, infatti, da allora ha creato problemi nelle società di ogni tempo e continua a dividere, perché l’uguaglianza è un principio facile da affermare ma il più delle volte difficile da realizzare.
Il Presepe, dunque, prende chiunque si sofferma a guardare nella mangiatoia quel Bambino dalle braccia aperte in segno di accoglienza. È un fascino che non si può ignorare, discreto ma potente, una immagine di straordinaria religiosità che, pertanto, disturba quanti vorrebbero dividere e sfruttare le tensioni e che pertanto evitano, quando non proibiscono, di allestire il Presepe nelle scuole, negli uffici, nelle strade e nelle piazze, con scuse varie, il più delle volte perché quel Bambino è un’immagine religiosa che potrebbe offendere chi ha un credo diverso. Una evidente sciocchezza, perché i valori spirituali che il Presepe evoca non dividono. Perché un bimbo che nasce è comunque una gioia, non solo per papà e mamma, e induce a considerare con speranza il tempo a venire per la famiglia e la società. Ed è probabilmente questa la ragione prima dell’ostilità al Presepe, l’immagine della famiglia formata da un uomo e da una donna. Gli sciocchi cadono nella trappola e, per festeggiare il Natale, si affidano a luminarie varie, certamente gioiose, come gli alberi scintillanti di luci e oggetti colorati che le riflettono. Una gioia, certo ma effimera, mentre la luce che illumina la mangiatoia rimane a ricordare quell’evento che oltre duemila anni fa ha rigenerato il mondo.
Era il 1223 a Greccio, tra le rocce ed i boschi del reatino, quando frate Francesco volle far rivivere la nascita di Gesù. Rivivere, perché in mezzo agli umili, come il Frate ed i suoi fratelli. E da quella notte la tradizione del Presepe è una componente indissolubile della fede popolare. “Le figure mediorientali dei cammelli e delle palme, come quella familiare della stella cometa diventano abituali anche sugli Appennini e sulle altre fredde montagne europee. Francesco ha inventato una tradizione della cristianità, in un modo che incanterà generazioni di bambini e di adulti sino alla fine dei tempi”, ha scritto Aldo Cazzullo, nel suo bel libro “Francesco il primo italiano” (HarperCollins), da quando è uscito costantemente in testa alla classifica delle vendite. Merito dell’Autore, certamente, ma in buona parte del protagonista del libro, il Santo dalla straordinaria spiritualità. “Il suo insegnamento – il rispetto del creato, l’amore per tutti gli esseri, il rifiuto delle disuguaglianze – è più attuale e urgente che mai”, si legge nel risvolto della prima di copertina. Per questo ci ostiniamo ad allestire il Presepe, a trovare uno spazio, anche piccolo, che contenga Giuseppe, Maria e Gesù, qualche pastore, con sullo sfondo i Re Magi con i loro doni, la scienza e la cultura che riconoscono i valori spirituali che Gesù è venuto a diffondere e che chiameremo le “radici cristiane” della civiltà Occidentale.
