dell’Avv. Jacopo-Severo Francesco Bartolomei, Presidente dell’Associazione NEW FRONTIER92
Nella gran messe delle celebrazioni di anniversari e di conferimenti premi di ogni sorta (emblematico è stato di recente il riconoscimento alla cucina italiana, tributato all’unanimità dall’UNESCO), è nascita di un Gigante dell’agire e del pensiero politico del 900, Robert Francis KENNEDY, nato a nei dintorni di Boston, Massachusetts dalla notoria famiglia cattolica oriunda irlandese, e morto durante la notte tra il 4 e il 5 giugno 1968, in pieno svolgimento della campagna elettorale presidenziale. A posteriori la sua Fisionomia viene accostata ai “Leaders trasformazionali” del secolo scorso del calibro di Martin Luther King, Mahatma Gandhy, Nelson Mandela, etc che hanno apportato delle significative ed irreversibili innovazioni negli ambiti in cui hanno operato, senza ricorrere a metodi violenti o autoritari, esercitando una influenza carismatica scevra da qualsiasi forma di coercizione nemmeno psicologica o, peggio, induzione a livello subliminale.
Robert Francis Kennedy, terzogenito di Joseph Patrick Kennedy e Rose Fitzgerald, additato quale “brutto anatroccolo” – rispetto ai fratelli maggiori Joe e John Fitzgerald, come pure al più giovane Edward Moore (detto Ted, 1932-2009) – già Attorney general nell’amministrazione federale 1960.63, nonché Uomo chiave nella risoluzione della crisi dei missili a Cuba (cfr. resoconto in presa diretta, , brillante Senatore dello Stato di New York, al 18 marzo 1968, dopo pregnante allocuzione, pone la propria candidatura da Indipendente democratico, in aperto dissenso su vari temi esiziali con l’Amministrazione di Lyndon Johnson (1964-68) e senza attendere l’esito della Convention del
suo Partito, invocando una emergenza nazionale per aspetti di
politica interna ed internazionale (guerra nel Vietnam, Rapporti con
la Cina).
Il 5 giugno vince le consultazioni primarie in California, uno dei più popolosi stati ed oggi di gran lunga il più ricco degli USA e da sempre terreno di sperimentazione non solo tecnologica; stanco ma soddisfatto, sorride allo staff e al pubblico accorso a salutarlo all’Ambassador Hotel, e a presagire l’appuntamento a Washington nelle lezioni dell’autunno successivo, una volta ottenuta la agognata Nomination. Egli prende commiato dicendo: “Vediamo l’Alba di nuovo giorno per l’America”
L’eredità di RFK non si misura in leggi, ma in impegno profuso: le politiche sociali statunitensi contro la povertà dilagante in vasti settori della popolazione, a favore di programmi educativi intensivi, per la giustizia efficiente…non hanno purtroppo scalfito nella sostanza la disuguaglianza e la esclusione tipiche della società americana siccome voluta dal ceto WHASP. Tuttavia sono dei frammenti gettati verso l’avvenire, capaci di reindirizzare il tempo presente, cosi convulso e nevrotico, che non riesce a “mantenere la rotta”. Tale è l’emblematico titolo dell’autobiografia politica del senatore di Boston Ted Kennedy, che pochi ricordano da presentatore nel 2004 di Barack Husseim OBAMA – primo presidente di colore dal 2009 al 2027; oscuro docente di Diritti Umani presso la Chicago University – alla Convention democratica tenutasi nel capoluogo dell’Illinois, che si affaccia sul Lago Michigan. Questi frammenti son dei semi destinati a germogliare, delle orme indelebili lasciate in un manto di soffice neve, che abbisognano di nuovi Tedofori, secondo la felice immagine dei discorsi pubblici tenuti da JFK, agli inizi della forgiatura delle idealità della NEW FRONTIER, con l’aiuto di Theodore Sorensen, suo consigliere e redattore nel 1000 giorni trascorsi dal primo Presidente cattolico in White House.
Orbene negli anni successivi alla fine dell’America dei Fratelli Kennedy (1960 -68), si è avvertita in maniera vieppiù lacerante la mancanza di Bob, dell’approccio disincantato ai massimi problemi frammisto di idealismo e pragmatismo, del suo inimitabile metodo di “grace under pressure”.
Le tensioni apportate nel tessuto morale dal conflitto indocinese, il sorgere del movimento Hippy col disimpegno civico, il difficile percorso delle misure contro la discriminazione razziale e i fallimenti della riforma sistema carcerario nella direzione di maggior clemenza, lo scandalo del Watergate con impatto mediatico senza precedenti, la ripresa con pieno vigore del complesso militare-industriale (cfr. felice locuzione Pres.te Dwight D. Eisenhower, 34° inquilino della Casa Bianca) ci hanno fatto interrogare sulla desolazione intellettuale della politica postkennediana. È come se fosse venuto meno uno stimolo a migliorarsi, una spinta verso il cambiamento reale, impressa con la Gentile fermezza di Un Uomo accorto, sapido, che comprendeva che le Periferie di Città o le sterminate conurbazioni – non i centri commerciali o i villaggi turistici, resort, etc – costituiscono l’anima di una Nazione. In definitiva la sua lezione più alta e struggente, risiede nella piena consapevolezza che la fragilità non rappresenta soltanto un limite.
“Ci stiamo accorgendo che non basta dare ad un Uomo del vitto, un alloggio e neppure un lavoro; ci stiamo accorgendo che l’essenziale e imparare agli Uomini a sapersi aiutare vicendevolmente” Non possiamo che rivitalizzare il lascito indelebile di RFK, con lo slogan – tratto dalla sua poesia preferita di Alfred Tennison – scelto per THE LAST CAMPAIGN, quei 85 giorni che hanno acceso tanta speranza nella nazione faro della sfera occidentale, attualmente dalla luce così fioca:
“COME ON, MY FRIENDS ; IT’S NEVER TOO LATE TO SEEK A NEWER WORLD!
