di Salvatore Sfrecola
Se avesse avuto un adeguato consulente istituzionale, uno di quelli che consigliano avendo conoscenza delle cose delle quali si occupano, in piena indipendenza e senza il timore di essere richiamati da qualche scherano di partito, Giorgia Meloni sarebbe stata sconsigliata di parlare all’Assemblea di Confindustria come se fosse all’inizio della sua esperienza di governo anziché in vista della sua conclusione, ad un anno o poco più dalle elezioni per il rinnovo di Camera e Senato.
Perché la proposta di “avviare subito un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia”, sottolineando che è fondamentale farlo insieme, perché “quando c’è un servizio che non funziona, se vuoi risolvere quel problema, devi interrogare l’utente” (AGI), ha fatto sorridere quelli che di amministrazione se ne intendono. Quelli che, all’atto dell’insediamento del governo, avevano garbatamente ma con fermezza fatto presente che la prima delle riforme da fare, per raggiungere gli obiettivi indicati nel programma di governo, doveva essere la riforma dell’Amministrazione pubblica quanto alla distribuzione delle attribuzioni tra i ministeri ed alle procedure delle quali si avvalgono gli uffici. Quelle procedure che, è noto da tempo, sono caratterizzate da lungaggini dovute a duplicazioni di competenze, a concerti ed a pareri non necessari che procrastinano nel tempo l’adozione dei provvedimenti che i cittadini e le imprese si attendono. Per gli uni e per le altre il tempo è un costo. E lo sanno bene gli imprenditori di Confindustria che ascoltavano le promesse della Presidente del Consiglio la quale evidentemente, impegnata in Europa e nel mondo, non ha avuto il tempo di occuparsi delle cose concrete, del funzionamento degli apparati che dipendono dal suo governo, per i quali finora si conoscono esclusivamente le iniziative del Ministro per l’amministrazione dedito soprattutto a ridurre le regole che presidiano la selezione dei pubblici dipendenti nell’interesse pubblico.
Ha fatto bene, dunque, la Premier a ricordare che la filosofia di fondo degli ordinamenti liberali è da tempo la libertà come regola, nel senso che tutto ciò che non è vietato per un interesse superiore già tutelato deve essere consentito, senza lacci e gabbie che finiscano per soffocare l’iniziativa economica (Il Foglio), come sanno bene le matricole di giurisprudenza, quella regola avrebbe dovuto guidare il suo governo nel corso dell’intera legislatura e non essere richiamata alla vigilia della conclusione.
Del resto può sembrare maramaldesco richiamare un predecessore della Premier, mai sufficientemente studiato, quel Camillo di Cavour che, divenuto Presidente del Consiglio come prima cosa ha riordinato l’amministrazione del Regno accorpando o distinguendo attribuzioni, modificando le procedure come riteneva che fosse necessario per raggiungere rapidamente gli obiettivi delineati nelle politiche economiche che erano nel programma del suo governo. Del resto proprio a Cavour aveva fatto riferimento nel discorso programmatico Mario Draghi, alle Camere e poi alla Corte dei conti, proprio per delineare il suo intendimento di rivedere gli strumenti del Governo, un obiettivo poi fallito per l’incapacità dei partiti di rivedere attribuzioni e competenze.
Ha fatto bene, dunque, l’on. Meloni a sottolineare che “la semplificazione e la sburocratizzazione devono essere il nostro mantra per spingere la forza propulsiva della produzione e non per frenarla, come accaduto in questi anni, spesso a favore di produzioni estere”.
È solamente fuori tempo massimo. Come la critica stantia alla burocrazia europea dimenticando che l’Italia è socio fondatore dell’Unione e, pertanto, responsabile nel bene e nel male di quel che accade a Bruxelles dove i partiti inviano figure di secondo piano che ivi stazionano al più per il tempo delle votazioni, lasciando mano libera agli altri ed ai burocrati. Inutile, poi, lamentarsi.
