mercoledì, Luglio 22, 2026
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Le forze armate, la democrazia, la libertà

di Salvatore Sfrecola

Era scontato che Ilaria Salis ed altre personalità della variopinta Sinistra che siede in Parlamento, in Italia e in Europa, criticassero la sfilata militare organizzata in occasione del 2 giugno. Questa parata – ha detto – “va abolita”. Per Cathy La Torre, avvocato, tra i fondatori di “Gay Lex”, intervenuta a “Otto e mezzo”, “la parata militare è quanto di più lontano dalla nostra Costituzione”. Stupisce che lo dica una giurista che dovrebbe sapere che ogni Stato ha come propria caratteristica fondativa la difesa dei confronti dei nemici esterni e il mantenimento dell’ordine pubblico. Quindi il rifiuto pregiudiziale delle Forze Armate è, in un ordinamento democratico, privo di giustificazione perché il dispositivo militare non è preordinato all’aggressione di altri, ad una politica di potenza, come un tempo si diceva, ma alla difesa che è un sacrosanto diritto degli Stati ed un dovere nei confronti dei cittadini. Ed è quindi normale come vengano fatti sfilare, insieme a reparti delle varie specialità delle Forze Armate, anche rappresentanze della Protezione civile, della Croce Rossa Italiana, del Corpo Militare dell’Ordine di Malta, ausiliare delle FFAA, i sindaci, in rappresentanza delle istituzioni civili più vicine alla gente. Che lo Stato assicuri un riconoscimento ai cittadini in divisa, in modo visibile per tutta la popolazione, attraverso una rassegna dei reparti delle varie armi in alcune occasioni che hanno un significato storico collegato a momenti fondamentali della vita della Nazione avviene ovunque nel mondo. Normalmente a ricordo di date storiche, come quella che segna la costituzione dello Stato. Ad esempio, sarebbe logico che il 17 marzo, data nella quale l’Italia è divenuta uno Stato autonomo dopo secoli di divisioni, fosse festeggiato adeguatamente. Invece, è una solennità minore, preferendosi ricordare il 2 giugno, data nella quale l’Italia si è trasformata da Regno in Repubblica. E questo ha fatto sì che si mettesse la sordina sulle vicende risorgimentali, su quel periodo storico ricco di impegno civile nel quale, grazie alle migliori energie intellettuali e al coraggio dei combattenti è stato possibile unificare un Paese che alla vigilia del 1861 era composto di ben sette stati, alcuni dei quali sottoposti al dominio straniero, in gran parte ostili alle istituzioni liberali che dal Regno di Sardegna sarebbero state trasferite nel nuovo Regno d’Italia.

Se c’è una critica che va fatta alla classe politica di oggi, dunque, è quella di aver dimenticato il Risorgimento, volutamente trascurando di valorizzare quel patrimonio di idee civili di un netto significato unificante. L’unico momento unificante che gli italiani hanno conosciuto, segnalava Indro Montanelli, il quale aggiungeva che, all’esito del referendum del 2 giugno 1946, con la Monarchia gli italiani ne perdevano il ricordo. E così è stato. Per cui non ci possiamo stupire se in Parlamento siedano oggi forze politiche che, estranee al Risorgimento, non solo rigettano il ruolo nazionale delle Forze Armate ma coltivano istanze localistiche, di stampo borbonico o austriacante, che, camuffate come espressione un po’ folcloristica di storie comunali o regionali, di fatto hanno l’effetto di annacquare il sentimento nazionale che le istituzioni della Repubblica non sembrano capaci di coltivare come espressione di una identità condivisa. Un segnale inequivocabile l’abbandono di località di significato storico, di monumenti rievocativi di fatti o personalità, il cambio di denominazione delle strade e delle piazze. Come a Gaeta dove piazza del Risorgimento ha cambiato nome forse dimenticando che il Borbone che nella locale fortezza resisteva all’esercito del Regno di Sardegna ed l’ultimo erede di sovrani che impiccavano i liberali o bombardavano Palermo o Messina ribelli.

Trascurare il Risorgimento significa far credere ai giovani che l’Italia ha un ordinamento democratico dal 1946, mentre, come ha spiegato bene Indro Montanelli in una famosa intervista a Bruno Vespa ricordando di aver votato monarchia, l’Italia aveva avuto dalla sua unificazione un ordinamento liberale, talmente liberale da dare spazio ad un movimento politico che ne ha approfittato, nel silenzio di una classe politica certamente inadeguata, trasformando, grazie al voto parlamentare, l’ordinamento costituzionale del Regno d’Italia dando vita ad una vera e propria dittatura. 

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