di Salvatore Sfrecola
La busta con un proiettile e allegata lettera di minacce non sono una novità per politici, amministratori e grand commis dello Stato. Ma nessuno si attendeva che questo rituale di stampo mafioso colpisse il ministro Giuseppe Valditara, titolare del dicastero della Pubblica Istruzione, uomo di cultura, Professore ordinario di Diritto romano, quindi anche con una vocazione storica, che ha dimostrato, in un settore difficile come quello dell’istruzione per troppo tempo in mano a ministri improvvisati, faziosi, quando non privi di cultura, di saper prendere efficacemente in mano l’organizzazione e i programmi della scuola, dalle elementari alla scuola secondaria di secondo grado.
In un paese civile, in una democrazia matura, come riteniamo sia l’Italia, l’istruzione dovrebbe essere al centro dell’attenzione della politica, perché ritenuta effettivamente una spesa di investimento della società. Dalla scuola, infatti, escono ai vari livelli di istruzione i futuri cittadini italiani e i futuri professionisti.
La scuola italiana non è così scadente come molti immaginano. Non è più una scuola di élite com’era alcuni anni fa, quando le classi del liceo classico superavano spesso di poco la decina e gli studi erano molto più severi, impostati sulla cultura classica, poi demonizzata dagli ignoranti. Che appunto ignorano che quegli studi formano la cultura di base di ogni altra ulteriore espressione professionale, tanto è vero e dal liceo classico sono usciti scienziati di ogni disciplina, fisici, matematici, economisti.
Divenuta scuola di massa, dice qualcuno che pure io stimo, il livello non poteva essere lo stesso. Continuo a ritenere che questa affermazione sia sbagliata, perché una scuola che abbia un numero maggiore di studenti si organizza, aumenta il numero dei professori, che, fra l’altro, dovrebbero essere retribuiti meglio perché non è possibile immaginare che con gli stipendi attuali un professore possa mantenere nel tempo la sua preparazione e coltivarla, cosa che costa, molto, come l’aggiornamento su libri e riviste e la partecipazione a corsi e master, nella disciplina che insegna. Sembra banale ma per insegnare, come per tutte le professioni, bisogna aver studiato e continuare a studiare.
Su questa strada si è incamminato il ministro Valditara e noi volentieri gli riconosciamo questo merito, perché da sempre riteniamo che la scuola non possa essere un diplomificio e perché anche gli studenti devono capire che c’è una graduatoria nel merito, a scuola come nella vita. Le attitudini personali sono certamente una risorsa, ma l’impegno che la scuola richiede le fa emergere. Una scuola che negli anni passati ha perduto alcuni elementi a mio giudizio molto importanti, come quelli che un tempo si chiamavano temi. I nostri ragazzi, complice anche la diffusione dei cellulari che consentono il dialogo tra loro e con gli adulti, non sanno scrivere. Non si fanno temi a scuola né a casa. Noi li facevamo a scuola e a casa ed erano corretti rigorosamente. Erano indicazioni che non abbiamo dimenticato. Un mio collega che usava spesso la parola “onde” (per cui) si sentì dire dal professore che le onde che conosceva erano solo quelle del mare. Ed io, che avevo passione per la scrittura tanto da collaborare al giornalino del mio liceo “La quercia del Tasso” un giorno mi sentii dire che avevo fatto molti errori di forma, “sopratutto”, forma consentita anche se arcaica, invece che soprattutto, avevo omesso una virgola e ne avevo messa una di troppo. Protestai, “molti – dissi – mi sembra eccessivo”. La risposta fu “se queste cose non gliele faccio notare io non gliele farà notare più nessuno”. Il professore ci dava del lei.
La conoscenza della lingua italiana è essenziale per qualunque professione. Non serve soltanto ai letterati e agli avvocati, che ovviamente giocano molto con le parole. Serve anche a uno scienziato che debba presentare una relazione che occorre sia compresa, che appassioni chi la legge e debba approvarla. È anche importante per un più modesto professionista il quale debba presentare un progetto di lavoro. Come è importante sapersi esprimere in italiano in un colloquio di lavoro, anche il più modesto perché chi ascolta deve essere in condizione di interpretare esattamente ciò che viene esposto.
La scuola sta ripristinando, da quel che leggo, due cose importanti che sono sembrate una banalità agli incolti, lo studio mnemonico delle poesie ed i riassunti. Riprendendo un attimo quel che dicevo di un colloquio di lavoro. La poesia imparata a memoria costituisce un esercizio importante perché la memoria è certamente una dote personale ma va implementata con l’esercizio. Come un atleta, che può avere una muscolatura adatta a un determinato sport ma che ha bisogno di allenarsi. Inoltre, recitare la poesia davanti al professore e ai colleghi significa anche dare ai giovani il senso della presentazione della loro capacità di esprimersi davanti agli altri, anche in vista di quel richiamato colloquio di lavoro nel quale se ci si esprime in un buon italiano si ha una possibilità in più di essere assunto. E così anche per chi dovesse spiegare ai propri superiori o in un consesso più ampio una iniziativa, un progetto al quale connette la propria carriera.
Importantissimo è anche l’impegno dei riassunti che noi abbiamo un po’ sofferto quando siamo stati chiamati a rendere in poche pagine testi importanti e a volte difficili. Perché riassumere significa esprimere una capacità di sintesi sempre importante, dare il senso compiuto ad una spiegazione senza omettere niente ma nei termini più significativi e più adeguati.
Al termine di queste considerazioni, sulla base di ricordi personali e dell’osservazione di chi mi circonda, i figli di amici e parenti, va anche detto che è necessario potenziare il corpo docente perché insegnare è una professione difficile che deve non soltanto trasmettere nozioni e valori ma entusiasmare gli studenti. Infatti, quando si dice che una materia non appassiona significa., il più delle volte, che il professore non ha saputo trasmettere. Come la storia, negletta perché spesso insegnata con riferimento formale a uomini e ad eventi senza far capire agli studenti il senso degli avvenimenti anche in rapporto al presente. In proposito mio nonno professore di italiano e latino al liceo classico ripeteva spesso che quando un ragazzo va male il più delle volte la responsabilità è del docente.
Ci aspettiamo molto dai governi per l’istruzione dei nostri giovani. A livello scolastico e universitario. Dal Professor Valditara e dalla Professoressa Anna Maria Bernini, titolare dell’università e della ricerca. Entrambi con esperienza didattica e portatori di valori propri della civiltà occidentale. Quelli che sono alla base delle scelte istituzionali che nelle rispettive competenze gli italiani si attendono per i loro figli e per i loro nipoti.
