mercoledì, Ottobre 21, 2026
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Se un giudice “non piace” al Governo

di Salvatore Sfrecola

Il magistrato più anziano del Consiglio di Stato, il Presidente di Sezione Luigi Carbone, candidato Presidente aggiunto “non piace” al Governo. Così sembra, almeno a leggere La Repubblica che ricostruisce la vicenda del voto, da parte del Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa (il C.S.M. dei giudici di Palazzo Spada), sulla nomina a Presidente aggiunto: 7 voti su 15 componenti dell’organo collegiale, all’esito dello scrutinio segreto, dopo che le dichiarazioni di voto nel dibattito erano state 9, così risultando affossata la candidatura Carbone.

Ovviamente non ci sarebbe niente di anomalo nel ripensamento di due dei votanti se la diversa opinione non fosse attribuita ad un intervento proveniente da Palazzo Chigi, tanto da sollecitare il Procuratore della Repubblica di Roma ad aprire un fascicolo istruttorio modello 45, cioè senza indagati, a seguito di un corposo esposto anonimo, ma ben articolato e documentato, che delinea “pressioni indebite” alla vigilia del voto segreto che ha impedito a Luigi Carbone di ottenere la nomina, nel rispetto della prassi che vede scelto il più anziano che in questo caso avrebbe messo una inevitabile ipoteca sulla nomina a Presidente del Consiglio di Stato, che si renderà disponibile tra qualche mese.

Qualunque sia l’esito della vicenda è assolutamente sgradevole anche soltanto il sospetto che “ambienti” governativi abbiano in qualche modo ritenuto di dover far sapere a qualcuno del Consiglio di Presidenza (è questo il senso della denuncia) che quel magistrato a loro non piace, nonostante sia certamente titolato per cultura giuridica e per esperienze maturate in rilevanti incarichi istituzionali: Consigliere giuridico, Capo ufficio legislativo, Capo di gabinetto di vari ministri; Consigliere di Dipartimenti della Presidenza del Consiglio (DAGL, Funzione pubblica, Politiche europee, Riforme istituzionali); è stato Coordinatore dell’Unità per la semplificazione presso la Presidenza del Consiglio, Consigliere giuridico del Vicepresidente della Convenzione europea, Giuliano Amato, componente dell’Autorità per l’energia (2011-2015) e Capo di gabinetto del MEF (2019-2021). Ha svolto attività di insegnamento presso la LUISS, l’ISLE, la LUMSA, la SNA, l’Università di Catania. All’estero, è stato key note speaker e panel moderator in numerose conferenze internazionali in materia di amministrazione pubblica, better regulation, giustizia ed energia. È stato il primo “non francese” ad essere Membre de jury di una promotion dell’ENA per l’accesso alla haute fonction publique francese. È autore di svariate pubblicazioni di diritto amministrativo e sulla qualità della regolazione, la riforma dell’amministrazione e la semplificazione.

Ma “non piace” o non piacerebbe, secondo l’esposto, a qualcuno della maggioranza e del Governo. Che ne è, dunque, di quella regola fondamentale delle democrazie liberali, la cosiddetta “separazione dei poteri” secondo la quale le funzioni dello Stato sono distinte e divise per evitare la concentrazione e l’abuso del potere, scandita nella formula “il potere arresta il potere”? Teorizzata da Montesquieu ne Lo Spirito delle Leggi (1748), ma con radice in Locke e Aristotele, dei tre poteri classici uno fa le leggi (il Potere Legislativo), un altro le applica e governa (il Potere Esecutivo), un altro giudica sulla loro applicazione (il Potere Giudiziario). Anche se la separazione in Italia non è rigida ma bilanciata, perché il Governo può emanare norme (i decreti legge ex art. 77 Cost. e i decreti legislativi ex art. 76), ma il Parlamento deve convertirli/controllarli.

Oggi la crisi della separazione dei poteri si verifica su tutti i fronti per iniziativa dell’Esecutivo che invade il legislativo con abuso di decreti legge e DPCM, avrebbe voluto riformare l’ordinamento giudiziario proponendo al Parlamento non procedure giudiziarie più snelle ma interventi sulle carriere dei magistrati di seguito a norme, come l’eliminazione dell’abuso d’ufficio o la limitazioni delle intercettazioni, che i giudici ritengono limitative degli strumenti di repressione degli illeciti contro la Pubblica Amministrazione.

Il grosso vulnus al pensiero di Montesquieu sta nell’aver alterato i rapporti tra Governo e Parlamento chiamato sostanzialmente a ratificare decisioni assunte dall’Esecutivo ricorrendo sistematicamente a voti “di fiducia” che evidenziano incertezza nel controllo dei gruppi parlamentari.

Non basta. Oggi ci indigna il fatto di pensare che il governo voglia influire sulle decisioni del Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa per fermare la carriera di un magistrato non gradito per un motivo ignoto e difficilmente immaginabile, considerata anche la sua pregressa collaborazione con autorità governative di vario orientamento. Luigi Carbone non è sicuramente una “toga rossa”, per usare un’espressione abusata dalla stampa “di area” governativa, scaduta a livello di bollettini di partito.

In ogni caso, qualunque siano le sue idee sul diritto e sulla società è una questione che non deve interessare il Governo. Saranno i colleghi del Consiglio di Stato a giudicare se quel magistrato può rappresentare l’intera magistratura amministrativa garantendone l’indipendenza e, per quanto è consentito dall’indipendenza dei singoli giudici, un orientamento adeguato alla sensibilità delle istituzioni riguardo alla gestione del potere.

Devo dire che mi avvicino al tema con abituale prudenza quando si parla di istituzioni e di magistratura, in particolare considerato che conosco gli altri possibili candidati, di alcuni dei quali sono buon amico, magistrati di grande valore i quali fanno e faranno fare in ogni caso bella figura all’Istituzione. Perché la scadenza prossima, quella che probabilmente interessa molto di più la politica, è la nomina a Presidente del Consiglio di Stato che spetta al Consiglio dei Ministri su indicazione del Consiglio di Presidenza il quale deve essere “sentito”. Una indicazione normativa che è stata ritenuta per lungo tempo una sorta di “designazione”, nonostante abbia le caratteristiche di un parere, nel senso che il Consiglio di Presidenza indicava un nome secco. Poi il Governo ha pensato di chiedere una “rosa di nomi” dai quali trarre il Presidente. Formalmente è una scelta corretta, in realtà attribuisce al Governo, che è il soggetto i cui atti, come quelli delle amministrazioni dipendenti, sono sottoposti al vaglio della magistratura amministrativa sotto il profilo della legalità, un potere che avrebbe fatto storcere il naso al Barone di Montesquieu. E a noi che della separazione dei poteri ci siamo innamorati fin dall’inizio degli studi di diritto pubblico.

C’è poi un “quarto potere”, non previsto da Montesquieu, l’informazione libera oggi assicurata da giornali e social media. Ed è una boccata d’aria pura.

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