venerdì, Novembre 6, 2026
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Make America democratic again -Trump the Lamest Duck

dell’Avv. Jacopo Severo Francesco Bartolomei

Dopo l’esito delle elezioni di Midterm negli USA, alcune considerazioni sinottiche assumono un rilievo saliente. La consultazione, articolatasi nel rinnovo integrale dei membri del Congresso e di un terzo dei senatori federali – che restano in carica 6 anni, ben oltre le nuove elezioni presidenziali del 2028 – e di 48 governatori, si è tramutata in un referendum sulla persona e sull’operato politico di DJ Trump, nei primi anni del secondo mandato presidenziale.

Il verdetto uscito dalle urne – registranti un tasso d’affluenza spiccato, preceduto da una intensa partecipazione pure al voto per corrispondenza – è inequivocabile, nel senso di una sonora bocciatura per Trump; i democratici hanno conquistato 228 seggi al Congresso (i repubblicani 139) e 54 al Senato /3 oltre la maggioranza.

Tra i vari eletti nelle fila del Partito democratico, spiccano il sen. Texas James Talarico, che ha esultato “abbiamo sconfitto Golia”, Abdul El-Sayd, medico epidemiologo eletto in Michigan, di origini egiziane e primo senatore di fede mussulmana – tacciato dal presidente di esser un mohamed Jaidhista – e la neogovernatrice della Georgia Keisha Lance Boltoms, Prima donna e prima afroamericana ad Atlanta, alla guida dello stato di ML King e Margareth Mitchell.

Nel sistema politico e costituzionale statunitense, improntato all’operatività di pesi e contrappesi (cheks and balances), è fisiologico e tutt’altro che inusuale che nelle elezioni di metà mandato il Presidente in carica abbia a scontare il calo di popolarità, perdendo la maggioranza al Congresso e cosi trasformandosi in un’Anatra zoppa (Lame Duck).

Spendiamo due parole su tale icastica espressione, che all’inizio – nata tra i broker londinesi del XVIII secolo, indicava l’interregno di un funzionario elettivo restante in carica medio tempore, cioè durante il periodo intercorrente tra lo svolgimento delle elezioni e l’insediamento del successore, similmente all’istituto della prorogatio nel nostro ordinamento. L’etimologia di tale fortunata espressione risale alla propensione per le allegorie animali dei banchieri e broker londinesi: nella City, a metà del settecento, infatti, gli operatori finanziari indicavano come “anatra zoppa” il broker che sprovveduto, aveva fatto investimenti errati, finendo per dissipare il capitale, così da esser costretto ad allontanarsi dal mercato con andatura goffamente traballante (waddbling away). Nel corso del secolo successivo, l’espressione attraversò l’oceano, dapprima declinata con anatra morta (dead Duck) e poi con la versione più calibrata di “Lame Duck”, affibiata a parlamentari e ai Presidenti federali, in procinto di lasciare il posto di potere ricoperto, dato il noto sfasamento temporale di circa 3 mesi tra le elezioni (primo martedì di novembre) e l’insediamento dell’inquilino alla Casa Binca (giuramento a metà gennaio).

L’interregno tra il responso delle urne e l’effettivo insediamento, retaggio storico, è rimasto quale periodo propizio per i presidenti uscenti per “svuotare i cassetti di dossier compromettenti” e per procedere alle ultime nomine specie di natura giudiziaria, A ciò si aggiunga l’uso disinvolto della concessione della grazia ai propri benvoluti, da cui non son immuni nemmeno i presidenti democratici (ad es. Bill Clinton il 20.01.2001, a poche ore dall’insediamento di George W. Bush, firmò 140 provvedimenti di clemenza, tra cui il contestato indulto al fratellastro Roger Clinton e al miliardario Marc Rich, inserito dal FBI nella lista dei 10 criminali più ricercati; Joe Biden , disattendendo promesse fatte in pubblico, concesse la grazia tombale al discusso secondogenito Robert Hunter, già inquisito ).

Anche Trump è chiamato fino a gennaio a continuare ad interfacciarsi col Congresso in attuale composizione a maggioranza repubblicana, ma la sua fisionomia di “the Lamest Duck”, l’anatra più azzoppata, lo deve indurre ad agire con la massima cautela, mettendo da parte ogni tracotanza e comportandosi con atteggiamento circospetto.

Innanzitutto le proporzioni della debacle elettorale assumono il significato della bocciatura sia delle politiche – interna ed estera – presidenziali, che dell’archiviazione definitiva del suo progetto di riportare in auge l’America bianca, ricca e suprematista (WASP), che si riprometteva l’abolizione dello jus soli e, utilizzando l’ICE, procedeva lle famigerate retate non solo di clandestini ma anche di laboriosi immigrati irregolari con vincoli familiari.

Trump, uno dei più divisivi e smaccatamente istrionico – per alcuni persino erratico –presidenti, per  un’astuzia della ragione che hegelianamente presiede al decorso della storia, è riuscito a ridare linfa vitale alla democrazia americana, dimostrando che nessun consenso pur vasto può dirsi acquisito definitivamente.

Ora Mr. Veto cercherà di apparire conciliante, disposto alla trattativa e al colloquio, per ricercare compromessi fattibili coi democratici, ma un tale immagine è percepita non genuina, “riciclata”, forse per addomesticare le varie iniziative di inchiesta, specie sulle fortune conseguite dai familiari e dalla ristretta enclave orbitante attorno alla Casa Bianca.

La sconfitta del Presidente in ogni caso, comporterà lacerazioni profonde nel tessuto del partito repubblicano, che già nel passato aveva mostrato dei distingui dalla linea presidenziale, ma che ora sta deflagrando con le nette prese di posizione del Segretario di Stato Mark Rubio e il Vicepresidente JD. Vance.

Lo scrittore che è risuscito a vincere al contempo il Premio Pulitzer e il Premio Faulkner (con Independence Day, seguito del capolavoro The sportswriter 1986, epopea della Middle-class) Richard Ford, 82 anni, consiglia ai democratici di non farsi travolgere dall’euforia, sprecando l’opportunità di guardare oltre l’oggi verso il domani.

Essi, secondo il grande scrittore contemporaneo: “devono resistere alla tentazione di mettere sotto accusa altri membri del Congresso e … concentrarsi sul lavoro di squadra”.

Le priorità da additare, circa il governo del paese da apprendere sono, da un lato sul piano federale il ritorno alla sanità pubblica e l’alleggerimento del costo della vita; dall’altro lato, sul piano internazionale, porre subito fine all’assurda guerra con l’Iran e più in generale all’escalation militare nell’area del Golfo (cfr. Intervista Corsera 5.11.26 pag. 11).

La valanga di consenso ai candidati democratici ha inflitto una sonora batosta all’egotismo presidenziale e alla caratura autocratica con cui ha impersonato il ruolo, conferendo un voto di insufficienza alle politiche condotte nel primo biennio.

I risultati hanno smentito persino le fosche previsioni sulla tecnodittatura eterodiretta dal manipolo di oligarchi Hightech-AI, perché l’impiego massimo di ingenti risorse finanziarie non è riuscito nell’intento di condizionare l’elettorato a favore dei repubblicani; ed ora le aspettative di profitto delle loro aziende escono ridimensionate e con qualche ossa rotte.

La democrazia come l’araba fenice e, a volte, in grado di risorgere dalle sue ceneri, verso nuove impegnative sfide.

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