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Nebbie mentali

di Salvatore Sfrecola

C’è da rimanere allibiti ad ascoltare taluni interventi nelle trasmissioni di approfondimento a proposito della guerra in Ucraina. Perché, se èsempre possibile assumere posizioni diverse su una vicenda politico-militare che tutti preoccupa, non c’è dubbio che alcune certezze debbono necessariamente guidare la riflessione. In primo luogo che ci troviamo di fronte ad una aggressione della Russia nei confronti di uno stato sovrano che si vorrebbe denazificare e rendere neutrale e punire perché nel 2014, nel Dombass, nel corso di un contrasto tra russofoni/russofili ed ucraini questi si sarebbero resi responsabili di morti e feriti.

Una prima considerazione s’impone. Se la Federazione russa avesse voluto vendicare i russofoni del Dombass avrebbe dovuto farlo subito. O comunque, pur in ritardo di otto anni, l’operazione militare (la Russia non usa il termine guerra) avrebbe dovuto limitarsi all’occupazione di quella regione, anche eventualmente al di là della parte che si è resa autonoma. Invece, l’attacco è all’Ucraina accusata di essere né più né meno che un covo di nazisti, come si cerca di dimostrare presentando di tanto in tanto qualche combattente del Battaglione Azov che esibisce sulle braccia tatuaggi che ricordano simboli nazisti.

Mi sembra francamente poco per invadere un paese sovrano. Evoca la favola del lupo e dell’agnello che si deve a Fedro: “Un lupo e un agnello, stimolati dalla sete, erano giunti a uno stesso ruscello. Più in alto stava il lupo, molto più in basso l’agnello.

Allora il primo, prepotente e spinto dall’insaziabile gola, addusse un pretesto di contesa: “Perché – disse – mi hai intorbidito l’acqua mentre bevevo?” 

E l’agnello timoroso: “Ma scusa, o lupo, come posso fare quello di cui ti lamenti? L’acqua scorre in giù dalle tue alle mie labbra”. 

E l’altro, vinto dalla forza della verità: “Sei mesi fa – riprese – hai detto male di me”.

Rispose l’agnello: “Ma se non era ancora nato!”

“Tuo padre allora – replicà – disse male di me”. E senza dire altro, affera il povero agnello e lo mangia ingiustamente”.

Superior stabat lupus!. Quanto ai russofoni/russofili va ricordato, agli immemori e a quanti hanno letto poco, che è stata negli anni una precisa politica dell’Unione Sovietica quella di imporre nelle scuole dei paesi satelliti l’insegnamento della lingua russa accompagnata da un massiccio trasferimento di milioni di persone in Siberia dalla quale provenivano popolazioni russe insediate in giro per l’Europa sovietica. Basta andare nelle repubbliche baltiche per farsi spiegare questa realtà da lituani, estoni, lettoni.

Insomma, i russofoni nella maggior parte dei casi non sono anche russofili.

Scoppiata la guerra che si ritiene Putin fosse convinto di vincere nel giro di pochi giorni catturando o costringendo all’esilio il Presidente Zelensky ci si è dovuti rendere conto che questo popolo orgoglioso, che nel corso della Seconda Guerra Mondiale aveva fatto argine alle armate tedesche, non aveva nessuna intenzione di arrendersi. E così, accompagnati mogli e figli alla frontiera della Polonia e della Moldavia, sono tornati indietro per difendere la loro patria. Stupisce che ci sia chi non si rende conto di questa realtà. Forse perché nell’epoca della globalizzazione molti ritengono sfumato il senso dell’appartenenza, dell’identità e, quindi, della patria.

A questo punto cominciano i mal di pancia di commentatori e analisti. Che vorrebbero la resa degli ucraini per evitare la possibilità che il conflitto si estenda. Anche perché molti paesi NATO, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno fornito armi all’esercito ucraino. Per cui questi signori dicono, senza avere dubbi, che, se non vengono armati, gli ucraini finiranno naturalmente per arrendersi. Più esattamente, debbono morire perché, sembra strano, non hanno nessuna intenzione di arrendersi. Sono disposti a combattere con le pietre, con le bottiglie incendiarie e con ogni altro mezzo. Sintomatica la presenza di volontari europei che combattono a fianco dell’esercito ucraino. Li chiamano “mercenari” dimenticando, vocabolario alla mano, che è tale chi combatte a pagamento mentre proprio noi italiani dovremmo ricordare che nel corso del nostro Risorgimento molti vennero a combattere in Italia, come l’ungherese Türr, e molti italiani combatterono per l’indipendenza di altri paesi, come Giuseppe Garibaldi in Sud America, o come Santorre di Santarosa in Grecia, dove trovò la morte combattendo a Sfacteria.

A questo punto c’è chi parla di guerra per procura. Nel senso che gli ucraini combatterebbero non per sé stessi ma per conto degli Stati Uniti e della NATO. Che, in sostanza, come è stato affermato, gli americani combatterebbero contro i russi “fino all’ultimo ucraino”. Espressione un po’ volgare ma che spiega questa “opinione”.

Ma, poi, è una guerra che non ci interessa o, per come si è andata configurando, una guerra preventiva per saggiare la capacità di reazione dell’Occidente, mentre la Cina ad Oriente provoca di giorno in giorno il governo di Taiwan? Più di un analista ha affermato che quella di Putin è una guerra contro l’Europa che, infatti, per la prima volta è stata compatta nel fornire mezzi ai combattenti e nell’applicare sanzioni nei confronti della Russia. Una guerra che ci interessa perché se il dittatore russo ha voluto saggiare le capacità di reazione delle nazioni occidentali è bene fargli capire che non siamo disposti a vedere compromessa la nostra condizione di paesi liberi.

Naturalmente si parla di pace, facendo finta di non capire che per farla bisogna essere in due e che la Russia non sembra molto disponibile se ritiene che le aree conquistate e la Crimea debbano esserle assegnate, territori che l’Ucraina considera parte intangibile di quello Stato. Una condizione per non trattare.

La questione è indubbiamente complessa. E pericolosa perché il dittatore russo è in evidenti difficoltà: per l’insoddisfacente andamento delle operazioni militari, reso palese dal numero dei soldati morti, ammesso, e dall’arruolamento di mercenari, e per l’effetto crescente delle sanzioni, che se pesano anche sui paesi che le hanno decise, stanno creando alla Russia problemi che la propaganda e la censura di regime non potranno nascondere a lungo. Il vero rischio è che Putin, con l’acqua alla gola, scelga di elevare il livello dello scontro, magari decidendo di usare armi atomiche tattiche.

In questa situazione ha certamente favorito l’arroganza del dittatore russo la prolungata assenza dell’Europa che, dopo aver trovato una unità nella decisione sulle sanzioni, dovrà assumere una connotazione politica precisa assistita da un adeguata forza militare. Un’Europa che dovrà poter fare a meno dell’ombrello della NATO e degli Stati Uniti ed avviare una politica di avvicinamento della Russia che, non va dimenticato, è a noi più vicina di quanto comunemente si ritiene, per cultura e per storia. Del resto, il trasferimento della capitale dell’Impero da Mosca a Pietroburgo corrispondeva al desiderio degli Zar di avvicinarsi al resto del Continente.

Occorre, dunque, equilibrio e saggezza per esprimere un giudizio sull’attuale momento storico, sulla guerra e sull’interesse dell’Italia. Senza cadere nell’antiamericanismo di maniera sia pure giustificato dal ripetuti errori dei governanti USA e sulla suggestione della propaganda di Putin il quale ha reso edotto il mondo che intende ripristinare quell’area politica d’influenza russa che un tempo era formata dai satelliti dell’URSS. Lo hanno capito bene polacchi e moldavi che si sono subito preoccupati. E Svedesi e Finlandesi, che hanno chiesto di aderire alla NATO.

Non serve neppure un grande analista per comprendere che nel piccolo Zar c’è voglia di egemonia alla quale l’Europa potrebbe opporre una autonoma, saggia politica di crescita e sviluppo nella pace e con questi programmi sedersi con autorevolezza al tavolo delle relazioni internazionali. Senza bisogno dello Zio Sam. Del resto, Trump predicava “America first”, secondo la più classica politica isolazionista, ricorrente nella filosofia di molti presidenti degli Stati Uniti.

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