domenica, Marzo 8, 2026
HomeNEWSAll’Accademia di San Luca presentato “Italia o cara” di Maria Vittoria Marini...

All’Accademia di San Luca presentato “Italia o cara” di Maria Vittoria Marini Clarelli

di Salvatore Sfrecola 

Nel pomeriggio di ieri, a Palazzo Carpegna, prestigiosa sede dell’Accademia di San Luca dal 1934, quando fu costretta ad abbandonare la sua storica sede in via Bonella al Foro Romano, dove la Universitas picturæ ac miniaturæ svolgeva la sua attività da tempi assai remoti (gli statuti furono ritrovati all’epoca di Sisto IV, il 17 dicembre 1478), alla presenza di un pubblico colto tra cui molti studiosi di storia e di arte, ha avuto luogo la presentazione del libro di Maria Vittoria Marini Clarelli “Italia o cara, con la cultura si diventa grandi” (Electa editore, Milano, 2025, pp. 191, € 22.00). 

Presentato da Claudio Strinati, con l’intervento di Alberta Campitelli, Martina De Luca e Rosanna Cappelli, il volume è un inno di amore per l’Italia attraverso il contributo che il Paese ha dato alla cultura contemporanea, con sguardo alle sue prospettive future in un approccio filosofico, storico, artistico ed economico che denota una vasta ed approfondita conoscenza resa evidente da quella parte del titolo del libro che afferma che “con la cultura si diventa grandi”. A smentire la famosa, anzi famigerata, frase che nessuno si è voluto attribuire “con la cultura non si mangia”.

Maria Vittoria Marini Clarelli, della quale i lettori di “Un Sogno Italiano” hanno conosciuto il contributo alla disciplina museale (“Che cos’è un museo”), è storica dell’arte, per oltre vent’anni dirigente del Ministero della cultura, si è occupata di circolazione internazionale dei beni culturali, di rapporti con l’Unione Europea e l’UNESCO, di formazione professionale, di arte e architettura contemporanea e rigenerazione urbana. Ha diretto per dieci anni la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e per tre la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Docente di museologia presso la Facoltà di architettura dell’Università di Roma “La Sapienza”, al Master sulla comunicazione museale dell’Università di Tor Vergata, attualmente è professore di museologia presso la Pontificia Università Gregoriana. È stata consulente per l’arte contemporanea della Banca europea degli investimenti (BEI), membro del Consiglio di orientamento strategico del Grand Palais di Parigi e membro del Consiglio di amministrazione dell’Università di Roma Tre. È nel comitato scientifico di collane editoriali e riviste e autrice di saggi di grande interesse scientifico. 

Il libro è un atto di amore per l’Italia, l’Italia della cultura, della storia, che è storia politica, artistica. Tutti aspetti di una entità unica e irripetibile. È la volontà di rivendicare il senso di una identità della quale spesso si parla ma che poi è trascurata. E lo fa attraverso, come si legge nell’introduzione, il diritto, l’economia, la sociologia della cultura, l’estetica anche del paesaggio, la storia dell’arte, l’archeologia, l’etnografia, ma anche l’archivistica, la bibliologia, la museologia, la teoria del restauro, la storia delle istituzioni che è strettamente legata all’evoluzione dell’arte e delle discipline sulle quali il volume si sofferma. Naturalmente in queste pagine c’è tutta la personalità di Maria Vittoria Marini Clarelli, la sua formazione professionale, la sua passione civile che la porta ad esprimere “gratitudine per la mole e il livello di quanto è stato scritto e fatto in questo paese sulla cultura”, anche se c’è il “rammarico perché il riconoscimento non è stato all’altezza del risultato non solo fuori d’Italia ma anche dentro”. Nei ringraziamenti che chiudono l’introduzione sfilano i nomi più importanti della cultura italiana, con riferimento soprattutto all’arte, e la dedica a Filoreto D’Agostino, che della Marini Clarelli, è il marito, magistrato illustre del Consiglio di Stato, la cui influenza è visibile in vari passi del libro soprattutto quando affronta profili giuridici della tutela dei beni del nostro patrimonio. “Diritti Cenerentola: così continuano a essere considerati i diritti culturali nell’ambito di quelli fondamentali, come se non potessero riguardare le persone finché non fossero soddisfatti i loro bisogni primari e non potessero riguardare i gruppi se non fossero minoranze oppresse”.

Il volume inizia evocando due scenari estremi, paradossali. Il primo: “Immaginiamo che l’Italia non sia mai esistita: quali sarebbero gli effetti di questa assenza geografica sulla storia e sulla cultura del mondo? Tali e tanti da risultare quasi incalcolabili. Non cambierebbero solo l’arte, la letteratura, la musica ma anche la geografia e il diritto, la scienza e la tecnica. Senza l’Impero Romano, il Cattolicesimo, la scoperta dell’America, l’intero Occidente non sarebbe come lo conosciamo oggi”. Il secondo: “Immaginiamo invece che l’Italia sprofondi nel mare adesso, ‘nel corso di un giorno e di una notte’, come Atlantide. Quali sarebbero le conseguenze per il resto del mondo?”.

Procedendo da questo paradosso, la Professoressa Marini Clarelli conduce il lettore in un viaggio a tratti avventuroso attraverso le politiche culturali di un Paese che avendo un’abbondanza straordinari di beni culturali, quale non ve n’è in nessun’altra regione del mondo, tra l’altro caratterizzata da una straordinaria varietà di risorse, vive problemi complessi nelle loro conservazione, tutela e fruizione.

Il volume si articola in quattro capitoli. Il primo analizza le caratteristiche dell’eredità culturale degli italiani, nel duplice aspetto di retaggio e patrimonio, di privilegio e onere. Nel secondo si considerano i diritti culturali (i “diritti Cenerentola” di cui si è fatto cenno), che l’Italia si è impegnata ad applicare, ratificando ogni trattato internazionale, ma senza coglierne l’importanza cruciale che li sta ponendo al centro di controversie globali. Il terzo è dedicato all’evolvere delle forme di possesso e gestione dell’eredità culturale che impongono di ripensare i rapporti fra pubblico e privato, anche alla luce del protagonismo del cosiddetto terzo settore, nella consapevolezza che “quando si parla di eredità culturale, l’opposizione pubblico/privato non basta più a definire le relazioni di proprietà, gestione e godimento. Che lo si voglia chiamare interesse pubblico, interesse generale o bene comune, vi è comunque un valore superiore che implica una quota di compartecipazione. La nozione di eredità, con la sua proiezione verso le generazioni future, aiuta meglio di quella di patrimonio a capire come mai ciò che vi rientra debba essere sempre, almeno parzialmente, pubblico nella detenzione, collettivo nella gestione e gratuito nel godimento”. Perché “qualunque forma di detenzione di un bene culturale implica responsabilità che si traducono in doveri”. È chiaro l’invito al legislatore e all’interprete ad una responsabilità verso la storia, a tutela dell’oggi e del futuro.

Il quarto e ultimo capitolo (“Saperi e poteri”) parla di umanesimo e scienze, di politica e lavoro, di rapporti fra intellettuali e potere, giungendo a conclusioni problematiche ma tutt’altro che negative. Molto interessante dal punto di vista della politica economica, il concetto di “settore culturale”, elaborato negli anni 80 dalla Comunità Economica Europea per legittimare il proprio intervento a favore della cultura, senza oltrepassare i limiti fissati per la sua azione dal Trattato di Roma. Un comparto economico rimasto anche dopo l’istituzione dell’Unione Europea, perché nessuno dei suoi documenti fondativi contiene una definizione di cultura, essendo la politica culturale una competenza esclusiva degli Stati membri. Interessante anche il riferimento al “lavoro culturale”, che riceve uno scarso riconoscimento nonostante l’evidente interesse, in particolare per il nostro Paese. 

Le pagine conclusive, relative alle politiche culturali come si sono evolute nel tempo, sono di estremo interesse e di permanente attualità che nasce e si sviluppa lungo tutte le pagine con riferimento ad una cultura che “non è tanto un patrimonio quanto un’eredità”, sicché “più che pensare a tenerla bisogna pensare a trasmetterla. Per questo – conclude il volume – la cultura per noi è soprattutto un dovere, non meno cogente per il fatto che quasi sempre è anche un piacere”.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Most Popular

Recent Comments

Aldo Ammendola on Trent’anni senza Babbo Italo
Marco Perletta on Vincenzo Cuoco (1770-1823)
Gianluigi Biagioni Gazzoli on Turiamoci il naso e andiamo a votare
Michele D'Elia on La Domenica del Direttore
Michele D'Elia on Se Calenda ha un piano B