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Bruno Vespa non ha simpatia per Re Vittorio Emanuele III ed è a tratti ingiusto

di Salvatore Sfrecola

Le simpatie, come le antipatie, si sa, sono spesso istintive, a pelle, come si dice, tranne, poi, ad essere “giustificate” in fatti e comportamenti colti qua e là. E così Bruno Vespa, che nei volumi con i quali, tra cronaca e storia, ripercorre di anno in anno eventi recenti e più antichi della storia d’Italia, non si dimostra generoso nei confronti del Re Vittorio Emanuele III al quale riserva critiche mai compensate da apprezzamenti, mentre appare più indulgente nei confronti del Cavalier Benito Mussolini che qualifica ora “intelligente” ora “abile” nel condurre la sua battaglia per la conquista del potere.

Nel libro “Il cuore e la spada” (2010) Vespa si occupa per la prima volta del Re che, appena salito al trono, “assistette alle esequie del padre senza commuoversi”. Senza ulteriori considerazioni. Tuttavia ammette che era persona colta, parlava correttamente quattro lingue e conosceva tutti i dialetti d’Italia. Padrone dell’inglese e del francese, l’8 settembre 1917 a Peschiera del Garda il Re Soldato, che aveva trascorso ogni giorno della guerra al fronte, preoccupato per i giudizi critici sul dopo Caporetto da parte degli Stati Maggiori alleati seppe convincere inglesi e francesi ed i primi ministri Loyd George e Poincaré, come racconta Loyd George nei suoi diari, che il soldato italiano sarebbe stato capace di superare la crisi, così ottenendo l’assenso alla resistenza sul Piave. E fu la ripresa e la vittoria.

Vespa dimentica anche che il Re era un’eccellente geografo e, pertanto, incaricato di arbitrati internazionali. Lo fu per la disputa territoriale tra Francia e Messico per l’isola di Clipperton (o isola della passione), atollo situato nell’oceano Pacifico, e per la disputa sui confini del Pirara, tra il Brasile e la Guyana britannica. Oltre ad essere uno straordinario numismatico, di fama internazionale, curatore di una ricca collezione di monete, da ultimo donata al popolo italiano, autore del “Corpus Nummorum Italicorum”, un’opera di alto livello scientifico.

Ma forse nella narrazione del Nostro quegli aspetti della personalità del Re non avevano rilevanza.

Giungendo nei pressi dell’avvento al potere del Fascismo Vespa riconosce che “Nell’ottobre 1922 nessuno dubitava sul fatto che Mussolini sarebbe andato al potere. Il problema era come e a quali condizioni. Facta s’illuse fino all’ultimo di restare capo di un governo fantoccio controllato da Mussolini. Giolitti s’illuse di scendere a patti con il Duce, contando magari su una resipiscenza di Sturzo. Carlo Sforza annota nelle sue memorie la certezza di convincere il capo dei popolari a cambiare idea e attribuisce allo statista piemontese una frase cortese nei confronti del sacerdote: ‘peccato che non sia deputato. Lo si potrebbe far senatore’” (“L’Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi”).

“Mussolini conosceva l’abilità di Giolitti e fu l’unico avversario che temette sul serio: “Se torna al potere lui siamo fottuti” disse con la consueta franchezza. “Giolitti è l’uomo del cannone navale” aggiunse ricordando le bordate contro d’Annunzio sufficienti in poche ore a far scappare l’eroico Comandante. Mussolini sapeva che Giolitti non avrebbe mai tollerato una marcia su Roma, ma le divisioni tra le forze democratiche giocarono ancora una volta in suo favore”.

Alla vigilia di quella che è stata con enfasi non rispondente alla realtà definita la “Marcia su Roma” Vespa ricorda che il Re voleva che il conferimento dell’incarico di Governo a Mussolini fosse rispettoso dello Statuto del Regno. “Il solo efficace mezzo per evitare scosse pericolose”, scrisse a Facta, “è quello di associare il fascismo al governo nelle vie legali”. Ciò che ridisegna la vicenda della proposta di proclamare lo “stato d’assedio” e del rifiuto del Re: “la responsabilità ricade esclusivamente su Vittorio Emanuele III” a giudizio di Vespa. Evento controverso sul quale ancora oggi non si hanno elementi di valutazione sicuri. È certo, ad esempio, che tornato a Roma da San Rossore la sera del 27 ottobre al Presidente Facta che era andato a riceverlo alla stazione il Re avrebbe detto che “Roma andava difesa”. Era evidente che la situazione stava precipitando e quella sera, proprio nel momento delle scelte più difficili Facta presentava le dimissioni che il Re respinse. Avrebbe dovuto deliberarle il Governo. Su quell’incontro ci si può riferire alle rivelazioni del generale Cittadini, Aiutante di campo del Sovrano: “A Facta il re disse, tanto alla stazione quanto a villa Savoia: mi proponga, con il consenso totale dei ministri i provvedimenti che crede debbano essere messi in effetto; vedrò io poi, giacché non conosco i dettagli della gravissima situazione che lei mi descrive, cosa si deve fare”. Lo riferisce Antonio Spinosa (“Vittorio Emanuele III, L’astuzia di un Re”)

Il Re non dormì quella notte. Si consultò, sembra con il Generale Diaz e con l’Ammiraglio Thaon di Revel.

All’alba il Consiglio dei ministri deliberò lo “stato d’assedio” dandone immediatamente notizia prima che il Re avesse sottoscritto il decreto. Non volle firmarlo. Erano le 9 e il governo si dimise. Bontà sua Vespa richiama Sergio Romano quando sostiene che, “se il re fu responsabile dell’avvento del fascismo al potere, la sua responsabilità fu largamente condivisa dalla classe dirigente”. Per Vespa “resta il fatto che la decisione finale fu sua e la storia non gliene rende merito”.

Nelle pagine che precedono, oltre a scrivere che “nessuno dubitava sul fatto che Mussolini sarebbe andato al potere”, Vespa aveva descritto con dovizia di particolari la situazione catastrofica dell’Italia del dopoguerra con le difficoltà di un paese “ingovernabile”, “una polveriera” che pur avendo vinto la guerra “si trovava nelle condizioni di un paese sconfitto. Le ragioni erano tre: l’impreparazione dello Stato a far fronte agli enormi problemi sociali ed economici prodotti dal conflitto, l’entusiasmo dei socialisti italiani per il successo del bolscevichi di Lenin della rivoluzione russa, e soprattutto la difficoltà di ottenere dagli alleati il mantenimento delle promesse”. Il paese era in ginocchio e non degnò i reduci né di affetto né di lavoro, schiacciato come era sotto il peso di obblighi finanziari insopportabili delle tensioni governative. Come ricorda Sergio Romano ne “Le Italie parallele”. “il governo avrebbe dovuto convertire l’industria bellica, risanare il bilancio dello Stato, trovare lavoro ad alcune centinaia di migliaia di ex combattenti, mantenere gli impegni assunti verso i soldati nel momento del pericolo e rivendicare quelli che gli alleati avevano assunto verso l’Italia nella primavera del 1915”.

Facendo un salto fino al 1938, a proposito della promulgazione delle leggi razziali Vespa azzarda: “Perché Vittorio Emanuele III appoggiò la politica antiebraica di Mussolini” e nel suo ultimo volume da poco nelle librerie (“Finimondo”) afferma che il Re “non sollevò obiezioni nel firmare le leggi razziali”, atteggiamento desunto da un colloquio con Italo Balbo richiamato da De Felice. Di contro c’è la testimonianza dello stesso Mussolini il quale dopo la promulgazione delle leggi riferisce al genero, Galeazzo Ciano, che ne scrive nei suoi diari, che il re era contrario e all’affermazione di Mussolini che non più di quindicimila italiani si sarebbero dispiaciuti per queste norme disse che lui di quei quindicimila faceva parte. Del resto l’aiutate di campo del Re era ebreo.

Sul piano giuridico va ricordato che al Re venivano proposte per la promulgazione norme approvate dalla Camera e dal Senato del Regno.

Cosa avrebbe potuto fare? Rinviarle alle Camere per un nuovo esame? È evidente che sarebbero state approvate nuovamente sicché avrebbe dovuto promulgarle, come accadrebbe oggi ai sensi dell’articolo 74, comma 2, della Costituzione: “Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata”.

Avrebbe potuto aprire un conflitto con il regime nel momento del suo massimo potere? Sarebbe stato un azzardo che probabilmente avrebbe dato luogo ad un colpo di stato contro la Corona, come auspicava e sollecitava Hitler, con l’effetto che gli italiani avrebbero avuto la Repubblica Sociale Italiana nel 1938 anziché nel 1943.

Qualche merito Vespa riconosce al Re quanto ai rapporti con la Germania. Ricorda che aveva sentimenti antitedeschi che definiva “mascalzoni e straccioni”. Un sentimento, come noto, largamente condiviso in casa Savoia, dal Principe Umberto, in primo luogo, dalla consorte Maria Josè e dal Duca Amedeo d’Aosta.

Alla vigilia della guerra, il 24 agosto 1939, il re aveva osservato a Ciano: “l’esercito è in uno stato “pietoso”… gli ufficiali sono scadenti, i mezzi vecchi e inadatti”.

Nello stesso tempo il Re aveva tentato un approccio con Ciano attraverso il Ministro della Real Casa, duca Pietro d’Acquarone invitandolo a sollecitare una riunione del Gran Consiglio del Fascismo per mettere in minoranza il Duce e perché prendesse lui il suo posto. Ciano fece finta di non capire.

E siamo al 25 luglio 1943 quando il Gran Consiglio restituisce i poteri al Re. Vespa riferisce che, secondo De Felice, il Re avrebbe deciso di sostituire Mussolini solo il 22 luglio mentre c’è tutta una documentazione che rende noto che già dall’inizio dell’anno Vittorio Emanuele aveva maturato l’idea di sostituire Mussolini, come d’Acquarone andava prospettando a personalità antifasciste ed a gerarchi preoccupati per l’andamento della guerra, come attesta il fatto che a Vittorio Emanuele Orlando da tempo era stato detto di essere pronto per luglio.

Infine, non va trascurato, per onorare la persona del Re, che sfugge ai fedelissimi del Duce e ai nostalgici del Fascismo che l’arresto di Mussolini a Villa Savoia al termine del colloquio con il Re ha garantito la sicurezza personale dell’ex Presidente del Consiglio, come lui stesso aveva compreso in una lettera al Maresciallo Badoglio.

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