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6 giugno 1861 – 6 giugno 2026, 165 anni dalla morte di Cavour, illustre ma sconosciuto

di Salvatore Sfrecola

Per i più il nome di Camillo di Cavour evoca una piazza o un viale dei tanti che la toponomastica conosce nelle città e nei borghi. Per qualche altro è il nome di una nave da battaglia; per altri, forse, uno spumante di pregio. I più “colti” ricordano, dal sussidiario delle elementari, che è stato un politico, Ministro e Presidente del Consiglio che, con la sua abilità diplomatica, ha favorito la realizzazione dell’unità d’Italia. Pochi hanno letto qualche riga dei tanti libri che ne parlano, dalla mastodontica biografia di Rosario Romeo, pochissimi sono coloro che conoscono anche solo qualcuno dei suoi saggi, delle lettere e dei discorsi che occupano decine di volumi.

Chi pensa di sapere si avventura a definirlo un “uomo del suo tempo”, così non si sbaglia mai. Per alcuni era un liberale, per altri un conservatore. Era un aristocratico, ancorché notoriamente “alla mano”, come i veri signori. Il suo lignaggio disturba in un Paese nel quale gran parte degli italiani discendono, tornando indietro di qualche generazione, da persone assolutamente illetterate, in gran parte analfabeti. Ancora negli anni ‘50 la Corte dei conti riceveva ricorsi in materia di pensioni di guerra sottoscritti con il segno della croce.

Non piace ai parvenu rancorosi, i quali istintivamente covano risentimenti per coloro che furono, invece di rinvenire in loro stimoli di stile personale e professionale. 

L’invidia, del resto, è il sentimento che guida i giudizi sulle persone e così allo studioso, saggio amministratore e uomo politico straordinario, i piccoli uomini non possono perdonare di essere stato ritenuto un grande statista, il più grande d’Europa, nientemeno che dal Cancelliere austriaco Clemente Lotario di Metternich, il quale aggiungeva “peccato che sia un nostro nemico”. 

“Cavour viene sempre più assumendo, nella considerazione del mondo, quel posto preminente che gli spetta fra i maggiori uomini politici del secolo passato”, scrive Francesco Ruffini (è il 1926) nella prefazione al libro di Domenico Zanichelli (Cavour, G. Barbera editore, Firenze) biografia fra le due approfondite dello statista piemontese. Cavour, il più saggio e benemerito del suo secolo, “se non di ogni tempo”, per lo storico inglese George Trevelyan, come ricorda Denis Mack Smith, che lo definisce “il grande tessitore dell’unità d’Italia”. È L’immagine che danno biografie e saggi sul suo pensiero e la sua azione politica. Infatti, “fra gli statisti e anche fra i pubblicisti del suo tempo, è uno di quelli che più hanno capito la complessità dei fenomeni sociali e l’importanza del fattore economico anche nelle questioni di carattere più propriamente politico” (Zanichelli). Ne dà prova, “giovane debuttante in una carriera nella quale gli inizi sono difficili”, come lui stesso scrive in una lettera a Cesare Balbo, in un “lavoretto”, “l’Extrait du rapport sur l’état des pauvres en Angleterre”, con il quale annota il report del governo inglese sul sistema di pubblica assistenza e ne ricava “il principio della carità legale, che non deve sostituire, annullandolo, ma deve integrare il principio religioso e morale della carità privata”. Scrive in francese e Balbo lo critica per questo. “Il rimprovero – ammette Cavour il 12 marzo 1835 – è fondato”. “Avrei dovuto stendere il mio lavoro in italiano. Era per me un dovere. Sento tutta la giustezza di queste osservazioni. Grazie al cielo, malgrado tutte le delusioni politiche […] l’amore per la mia patria e la mia patria italiana non si è per nulla indebolito nel mio cuore. Amo l’Italia e la vorrei servire in qualche modo, vorrei contribuire al suo onore e alla sua gloria, non fosse che aggiungendo una sola pietruzza all’immenso edificio della sua letteratura e delle sue scienze”.

Cavour ha fin da allora chiarissima una visione “nazionale” della storia e dell’economia. “L’Italia considerata come un solo paese – ne scriverà ancora – […] non era allora frequente un discorso unitario italiano neppure a proposito dell’economia della penisola”, scrive lo storico meridionalista Galasso.

Mi piace ricordare un episodio. Nel corso del Congresso di Parigi dopo la guerra di Crimea, quando per la prima volta la questione italiana venne considerata a livello europeo come una situazione che richiedeva modifiche a fronte di legittime rimostranze della popolazione, l’8 aprile, il ministro degli Esteri britannico Clarendon attaccò pesantemente la politica illiberale sia dello Stato pontificio, sia del Regno delle due Sicilie. Cavour poteva cogliere l’occasione per un affondo. Ma era un vero statista e un gran Signore. Preferì abbandonare la sala.

Un grande italiano, un grande amministratore. Un uomo di governo come occorrerebbe oggi all’Italia.

Una lettura consigliata, a parte il lavoro di Romeo, innanzi citato.

AA.VV. “Camillo Benso di Cavour, il primo Ministro”, Historica, Roma, 1921 nella collana “L’Italia in eredità”, diretta da Alessandro Sacchi.

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