di Salvatore Sfrecola
Da Cavour a Meloni, la Corte dei conti non è più nel cuore dei nostri governanti un presidio di legalità ma un fastidioso impaccio che probabilmente sarebbe eliminato se non fosse previsto dalla Costituzione, dai protocolli EUROSAI (The European Organization of Supreme Audit Institutions), espressione europea dell’INTOSAI (International Organization of Supreme Audit Institutions), riconosciuta dall’O.N.U., e se non fosse il referente nazionale della Corte dei conti europea.
E così che l’On. Tommaso Foti, allora Presidente del gruppo parlamentare alla Camera di Fratelli d’Italia, poi divenuto Ministro per gli affari europei, presenta una proposta di legge, accuratamente presidiata da altri parlamentari della maggioranza, che produce un sistema normativo pasticciato il quale, si sente dire, sarebbe stato in parte suggerito “ab interno” da taluni adusi a compiacere i governi più che la Costituzione e le leggi.
Ciò che appare verosimile perché la proposta Foti è diventata legge senza ascoltare nessuna sollecitazione critica, neppure quando proveniente da persone vicine alla maggioranza, e Giorgia Meloni se l’è intestata in occasione di un recente intervento parlamentare nel quale ha rivendicato i risultati dell’azione riformatrice del suo governo. Incautamente, per quanto riguarda la Corte dei conti, avendo preferito ascoltare i soliti yes man anziché affidarsi a persone indipendenti. Insomma, ancora una volta si è preferito chi ha il “senso del partito” a quanti hanno il “senso dello Stato”.
Infatti, se certamente qualche messa a punto dell’ordinamento e delle attribuzioni della Magistratura contabile andava fatta per raggiungere una più funzionale posizione di equilibrio che consentisse di assicurare speditezza e legalità all’azione amministrativa e alla gestione finanziaria, si è pensato fosse meglio limitare i controlli, introdurre una funzione consultiva in forma non idonea alla natura magistratuale della Corte, e soprattutto limitare l’efficacia deterrente dell’azione di responsabilità per danno erariale riducendo pregiudizialmente la misura del risarcimento da parte dei responsabili del pregiudizio finanziario o patrimoniale, tra l’altro in aperta contraddizione con l’introduzione di un’assicurazione obbligatoria. Questa avrebbe dovuto eliminare dall’orizzonte del dibattito il cosiddetto “timore della firma”, un feticcio inventato, invece di addossare gran parte del danno (pari al 70%) all’erario pubblico, dello Stato o di altro ente. Insomma, una tassa supplementare a carico dei cittadini per salvare incapaci e disonesti, perché solamente questi rischiavano una condanna da parte della Corte dei conti.
Non solo. Questa sedicente “Destra di governo”, che Cavour, il quale ne è stato l’inventore, non riconoscerebbe come tale, vuole anche limitare i presidi di legalità sul territorio riducendo gli uffici destinati a svolgere controlli e indagini erariali in loco, il più efficace dei sistemi di verifica, vicino al luogo dove si produce attività amministrativa e gestione finanziaria. La sola presenza della Corte, infatti, ha fin qui indotto la politica e l’amministrazione a rispettare la legge, a garantire all’azione amministrativa efficienza e legalità.
Di più. La presenza di uffici della Corte a livello regionale ha consentito un dialogo costruttivo tra autorità politiche ed amministrative e magistrati contabili fin quando non è emerso il dato peggiore della classe dirigente attuale, quello della diffusa disattenzione per il bene comune, di cui è dimostrazione evidente l’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Fatti che da tecnici diventano politici e, come tali, infiammano il dibattito in Parlamento e sulla stampa per formare il giudizio degli elettori, anche se una “riforma” dovesse togliere loro il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Quel diritto “naturale”, proprio del sistema politico rappresentativo. Quello che chiamiamo “liberale” o “democratico”, dove la cura degli interessi pubblici riceve specifica tutela.
