martedì, Agosto 11, 2026
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La riforma della dirigenza in barba alla previsione costituzionale che agli impieghi pubblici si accede per concorso

di Salvatore Sfrecola

La Legge 2 luglio 2026, n. 119, “Disposizioni in materia di sviluppo della carriera dirigenziale e della valutazione della performance del personale dirigenziale e non dirigenziale delle pubbliche amministrazioni”, promossa dal Ministro per la pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ridisegna l’accesso alla dirigenza pubblica prevedendo che il 30% dei posti di dirigente di seconda fascia non sarà conferito con concorso,  percentuale che sale al 50% per i dirigenti di prima fascia, cioè per i vertici dell’amministrazione statale.

Invero, da tempo la dirigenza pubblica è riserva di caccia della politica. Si chiama “spoil system”. In inglese fa più fico. Come “performance”, in francese, per dire che il funzionario raggiunge dei risultati apprezzabili. Guai ad usare l’italiano!

Si prosegue, in sostanza, nel solco di una lunga storia “di errori e di incongruenze”, come ha osservato Antonio Contaldi su “L’Opinione delle libertà” (opinione.it), storica testata liberale, ricostruendo l’evoluzione della normativa sul pubblico impiego e segnalando che “quando si parla della Pubblica Amministrazione bisogna anzitutto partire dalla premessa che questa è lo Stato stesso che si articola in strutture concrete per far fronte ai bisogni del cittadino e del Paese. Lo status pubblico degli impiegati non è un ornamento personale ma una condizione indispensabile per un servizio da svolgere nella legalità con imparzialità ed efficienza”. Aggiungendo, con richiamo al modello privatistico presentato all’opinione pubblica “come strumento d’efficienza”, che quella riforma “a ben guardare… è servita a rendere permeabili gli apparati pubblici alle clientele politiche”.

La citazione è funzionale alla critica della previsione di un ampio ricorso alle nomine politiche, una sorta di medievale investitura di amici e sodali, scelti in ragione della loro fedeltà al politico di turno, indipendentemente dal valore personale del funzionario. Sull’onda di una norma assurda, quella dell’art. 19, comma 6, del decreto n. 165/2001, la quale ha consentito ai ministri di nominare dirigenti scegliendoli “ad libitum” con effetti devastanti sul corpo dei funzionari (ex carriera direttiva) dai quali un tempo si reclutavano i dirigenti, con mortificazione delle aspettative dei funzionari di ruolo che, ricoprendo posizioni apicali nelle varie amministrazioni di appartenenza, coltivavano giustamente l’aspirazione a diventare dirigenti attraverso ulteriori prove selettive rispetto a quelle di ingresso. Contaldi denuncia, infatti, l’errore di aver spaccato la carriera direttiva.

In origine la norma aveva un minimo di dignità, nel senso che limitava il potere di nomina ai casi in cui l’Amministrazione non disponesse della relativa professionalità. Ipotesi, invero, residuale, in quanto la P.A. si avvale nei ruoli di funzionari delle più diverse conoscenze e quando sono mancate in un settore ne ha acquisite da altra amministrazione ricorrendo al distacco o al comando. Ma tant’è. E così la previsione originaria è stata ampliata ed estesa anche ai funzionari della stessa amministrazione, così facendo venire meno la ragione dell’acquisizione straordinaria, in quanto di quella professionalità evidentemente gli uffici già si avvalgono, sia pure sulla base di un rapporto di lavoro non dirigenziale. I più benevoli hanno scritto che è stato consentito un uso “distorto” del principio (Battini), i più severi l’hanno considerata una norma “famigerata” (Alesse).

E così si finisce per vedere di tutto. Anche nomine di funzionari che avevano partecipato al concorso per dirigente e non l’avevano superato. Ma di questo la politica non si preoccupa. L’importante è immettere nei ruoli persone amiche (si chiama “amichettismo”) o comunque fedeli, destinate a rimanere anche al cambio di governo. Ognuno ha i suoi da nominare e da mantenere negli uffici, per cui nessuno si deve stupire se in Parlamento e sui giornali la pratica, censurata da chi è all’opposizione viene immediatamente fatta propria da chi passa a governare. Fanno “ammuina” per far fessa la gente.

E così il berlusconiano Zangrillo vuol passare alla storia con una riforma dal titolo altisonante, tipico di chi vuole così coprire piccole cose sbagliate e conferma, anzi amplia, il sistema delle spoglie, prevedendo per una parte dei dirigenti di seconda fascia, al posto del tradizionale concorso, una procedura interna chiamata “sviluppo di carriera”, che permette ai dipendenti già in servizio di salire di grado senza affrontare una selezione pubblica vera e propria. La presenta come una svolta “meritocratica”, pensata per premiare chi lavora concretamente in ufficio invece chi si dedica allo studio dei manuali di diritto, di economia e finanza e della giurisprudenza. “Abbasso i secchioni”, dunque. Il rischio evidente, come è stato messo in risalto nel corso del dibattito parlamentare e dalla stampa, è che il criterio decisivo per la nomina sia la fedeltà al superiore, a sua volta fedele al politico di turno. Il dubbio è confermato dal fatto che un ruolo centrale nella promozione spetta al dirigente, al quale compete proporre il candidato, presentato con una relazione sulle sue capacità, che rappresenta un evidente condizionamento sul giudizio finale.

Immaginate un funzionario ligio alla norma, il quale faccia notare al suo superiore che il provvedimento sollecitato sia di dubbia legittimità, perché magari sul punto si sono pronunciati in senso difforme il giudice amministrativo o la Corte dei conti. Accade da sempre. Il superiore intelligente ha sempre ricercato il confronto con il collaboratore preparato, fresco di studi, desideroso di farsi notare. Ma quid, se l’indicazione proviene da un ministro che non tollera di essere consigliato? O il dirigente o il consigliere ministeriale non ha il coraggio di rappresentare che quel si vuole non si può?

È vero che per accedere a queste promozioni servono cinque anni di anzianità oppure due nelle cosiddette “elevate qualificazioni” e che la selezione è affidata a una Commissione indipendente composta da sette membri estratti a sorte tra professionisti provenienti anche da altre amministrazioni o dal settore privato, ma il nodo critico resta la proposta e l’assenza di criteri oggettivi e misurabili per valutare il rendimento del funzionario. Senza i quali il giudizio resta in gran parte ancorato alle valutazioni soggettive del superiore, arbitro assoluto della carriera dei propri sottoposti. È un meccanismo disincentivante. Finirà che il superiore sceglierà non il funzionario esperto che lo consigliava al rispetto della legge, ma quello accondiscendente che, come si dice, attacca il ciuccio dove vuole il padrone.

Naturalmente il Ministro respinge critiche e dubbi. Sostiene che la riforma non abolisce i concorsi e che la crescita interna riguarda una parte delle promozioni di soggetti che devono avere comunque cinque anni di lavoro e superare il giudizio di una commissione esterna. Osservazioni che non fanno venire meno le critiche che abbiamo formulato e che riguardano il proponente. Tra l’altro la legge prevede che i concorsi si svolgano sulla base di una sola prova scritta ed una prova orale. Guai a pretendere che il candidato sappia scrivere e argomentare su una legge o su un provvedimento di quelli propri della funzione per la quale concorre.

Forse il Ministro non sa che diversa era un tempo la selezione dei funzionari e dei dirigenti. Che i concorsi erano selettivi. Per le carriere direttive erano previste tre prove scritte ed una prova orale su più materie. Anzi, oltre ai concorsi ordinari per l’accesso, era previsto uno speciale concorso interno, detto “per merito comparativo” al quale potevano partecipare i funzionari che volessero accelerare la carriera. I posti messi a concorso erano uno o due. Chi superava quelle prove andava in testa al ruolo. Erano i migliori, destinati a carriere straordinarie.

Quei funzionari ed i loro colleghi avevano studiato molto e si aggiornavano giorno dopo giorno sulla dottrina e sulla giurisprudenza. Erano il nerbo dell’amministrazione. Sapevano il fatto loro. Non avevano “timore della firma”, come accade oggi a certificare scarsa preparazione e poco coraggio.

La conclusione è evidente: l’Amministrazione formato Zangrillo non serve al Governo ed al cittadino.

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