di Salvatore Sfrecola
Qualcuno ha scritto di un “giallo”, a proposito di una “interlocuzione” tra Palazzo Chigi e il Quirinale con riguardo ad alcune norme del decreto riguardante “Interventi urgenti per la promozione dell’integrazione”, che sarebbe stato rivisto a Palazzo Chigi sulla base di osservazioni sembra provenienti dagli Uffici della Presidenza della Repubblica. Naturalmente tutti hanno smentito che nella bozza del decreto ci fosse una norma che in qualche modo puniva i genitori degli alunni con maggiori difficoltà, obbligati a seguire corsi gratuiti di italiano e che, “nei casi di mancata osservanza” i figli potevano essere allontanati dalla famiglia. Una punizione ritenuta eccessiva, in odore di incostituzionalità.
Non entro nel merito della vicenda ma faccio notare che la presunta norma che sarebbe stata estromessa conferma quanto avevo scritto a proposito dell’influenza che hanno le famiglie sull’apprendimento della lingua italiana e gli ambienti di appartenenza. Se i giovani studenti continuano a parlare la lingua del loro paese con papà e mamma perché non parlano italiano è evidente che questo avrà un effetto negativo sui tempi e sulla qualità dell’apprendimento della nostra lingua.
Quindi il problema esiste. Non poteva essere risolto come suggerivano le bozze fantasma ma è un problema reale, perché l’apprendimento della lingua italiana è fondamentale ai fini della progressione degli studi e della integrazione dei giovani studenti stranieri.
Non è un tema che va sottovalutato sulla base di sentimenti nobilissimi di accoglienza, meritevoli di ogni considerazione ma l’interesse dello Stato è quello che la società si incrementi con persone che parlano la lingua e condividono i valori della nostra tradizione. Come insegna l’esperienza che dall’antica Roma attraversa i secoli. Non abbiamo bisogno di enclave potenzialmente pericolose, magari perché qualche partito politico mira a raccogliere qualche voto in più. Chi non si integra – e dobbiamo chiarire che integrarsi significa credere nei valori della nostra civiltà – può tornare a casa. Ed è giusto che sia così. Ognuno ha il diritto di vivere dove si sente a suo agio.
