di Salvatore Sfrecola
La Camera ha approvato in via definitiva la riforma in terza lettura, con 227 sì e 164 no, a scrutinio segreto. Era il passaggio più temuto dalla maggioranza: il governo aveva blindato i primi tre articoli con la fiducia per neutralizzare i franchi tiratori, gli stessi che a luglio avevano bocciato l’emendamento sulle preferenze. Il voto finale, però, restava libero e segreto, e il centrodestra ha tenuto. Per Giorgia Meloni è una vittoria politica non scontata, arrivata dopo che, secondo la stampa, aveva prospettato elezioni anticipate in caso di bocciatura.vediamo di capirci un po’.
Che cosa cambia
Si archivia il Rosatellum del 2017, sistema misto con collegi uninominali. Il nuovo impianto è interamente proporzionale, con un premio che garantisce la maggioranza alla coalizione sopra il 42% dei voti: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, con un tetto complessivo di 220 e 113 seggi. La soglia di sbarramento nazionale è del 3% per le liste singole. Sulle preferenze, la modifica del Senato ha introdotto il voto di preferenza con i capilista bloccati, soluzione di compromesso tra liste interamente bloccate e scelta piena dell’elettore.
Le ragioni della maggioranza
Il primo argomento è la governabilità: il nome stesso, “Stabilicum”, ne è il manifesto. Un sistema proporzionale puro, sostengono i fautori, riconsegnerebbe il Paese a coalizioni costruite dopo il voto. Il premio assicura invece che chi vince governi, e il tetto ai seggi dovrebbe evitare maggioranze sovradimensionate. Il secondo è la fine dei collegi uninominali, spesso accusati di produrre candidature calate dall’alto e risultati distorti. Il terzo è politico: le preferenze, rivendicate da Meloni come strumento per far scegliere ai cittadini i propri parlamentari, rispondono a una critica storica alle liste bloccate.
Le obiezioni dell’opposizione e dei giuristi
Le critiche sono di tre ordini. La prima è costituzionale. Centoventisei costituzionalisti hanno firmato un appello contro la riforma, rilevando tra l’altro che si cambiano le regole a ridosso della scadenza elettorale e senza un confronto con le opposizioni. Il precedente è pesante: la Consulta ha bocciato il premio del Porcellum nel 2014 e il ballottaggio dell’Italicum nel 2017, in entrambi i casi per l’assenza di soglie adeguate e per la distorsione della rappresentanza. Qui la soglia del 42% e il tetto ai seggi sono pensati proprio per evitare quel destino, ma i critici ritengono comunque eccessivo il premio.
La seconda è il metodo. Il ricorso alla fiducia su una legge elettorale, materia che per tradizione si vorrebbe condivisa, è per le opposizioni la prova di una riforma “di parte”. Nelle aule i cartelli parlavano di “legge truffa”, e Giuseppe Conte ha parlato di un premio incostituzionale.
La terza è politica: per Elly Schlein si cambia per paura di perdere. Pesa anche l’accusa, rilanciata da più parti, di introdurre di fatto un “premierato” per via elettorale.
Il nodo dei ricorsi
La partita non è chiusa. Un gruppo di giuristi, politici ed esponenti della società civile prepara ricorsi in una trentina di tribunali da metà ottobre, con l’obiettivo di arrivare a una sentenza della Consulta prima del voto. È lo stesso percorso che nel 2014 portò alla caduta del Porcellum: far sollevare la questione di costituzionalità da un giudice ordinario. I tempi stimati, circa tre mesi, lascerebbero comunque spazio a una pronuncia prima delle urne, attese nel 2027 salvo anticipi. Anche le opposizioni, riferiscono le cronache, mettono in conto l’approvazione e guardano già alla Consulta.
Che cosa resta da vedere
Tre cose. Se i giudici riterranno “non manifestamente infondate” le questioni sul premio e sulla compressione della rappresentanza. Se il 42% sarà raggiungibile: con un centrodestra diviso su più liste e un’opposizione che cerca l’unità, la soglia diventa il vero terreno di scontro, e rischia di produrre alleanze costruite sull’aritmetica più che sui programmi. Infine, se il sistema manterrà la promessa del nome. La storia delle leggi elettorali italiane insegna che il disegno sulla carta e il risultato nelle urne raramente coincidono, e che chi scrive le regole non sempre ne è il beneficiario.
Il dibattito, insomma, si sposta dal Parlamento alle aule di giustizia. Da lì dipenderà se lo “Stabilicum” resterà il sistema con cui gli italiani voteranno, o l’ennesima legge elettorale destinata a fermarsi davanti alla Corte costituzionale.
