mercoledì, Ottobre 14, 2026
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Scenari possibili in vista delle elezioni, tra speranze ed incubi

di Salvatore Sfrecola

Ormai la riforma elettorale è legge e non è più il tempo di indagare sulle ragioni che l’hanno promossa, perché Giorgia Meloni ha voluto cambiare visto che la legge precedente le ha garantito la vittoria nel 2022 e il record di longevità del suo Governo. “A saperlo”, dice Marco Travaglio, che azzarda: “forse perché aveva paura di perdere le prossime elezioni”. E introduce pure una sorta di premierato che non è riuscita a introdurre cambiando la Costituzione.

È certo che i partiti mantengono il monopolio della scelta della gran parte dei parlamentari. Lo chiamano lo stabilicum, perché si immagina che manterrebbe stabilità al governo. Oppure melonellum, perché si immagina che gioverebbe alla Presidente del Consiglio. Quello che non si capisce è perché per leggi elettorali che molto fanno dubitare della loro coerenza alla Costituzione, come il porcellum, si debba usare un termine che evoca il latino, cioè la lingua del diritto e della saggezza istituzionale per la quale siamo stati “i padroni del mondo”, secondo un bel libro di Aldo Cazzullo.

Cambia dunque la legge elettorale, la sesta in 35 anni, la nona dal 46 che non ha di uguali nelle democrazie occidentali nelle quali le norme sulla scelta di deputati e senatori rimangono le stesse per decenni, indifferenti all’interesse che al momento hanno i partiti. E non si tratta di una piccola riforma ma di una vera e propria rivoluzione. Si torna al proporzionale senza più i collegi uninominali, coi capilista bloccati, eletti in automatico. E poi, solo se avanzano altri posti in ogni collegio si coprono con le preferenze. La soglia di sbarramento resta al 3% per i partiti. Sotto il 3% però si salva la lista migliore perdente di ogni coalizione, quindi quella che ha preso più voti fra chi è andato sotto il 3% viene ripescato e qualche parlamentare lo piazza. Può accadere a destra per “Noi moderati” di Lupi, o, nel centrosinistra con una miriade di “centrini”.

Il pezzo forte della legge è il “premio di maggioranza” che assicura alla coalizione che supera il 42% dei votanti di disporre del 55% dei seggi alla Camera e al Senato. E se nessuno arriva al 42% il sistema rimane proporzionale puro, il premio non scatta e ciascuno porta in Parlamento tanti seggi quanti sono i voti che ha preso. Gli accordi per fare il governo si fanno dopo le elezioni tra i partiti che arrivano al 51%.

Il premio è l’aspetto più contrastato della legge, basti pensare che fu qualificata “truffa” la legge che, all’indomani della nascita della Repubblica, prevedeva un premio di maggioranza al superamento del 50% dei voti! Sempre per garantire la “stabilità” del governo.

Sarà quella norma ad essere al centro dei ricorsi che le opposizioni preparano e che fanno immaginare alcuni scenari sui quali vale la pena di soffermarsi.

Se la elezioni si terranno alla scadenza naturale, nell’autunno del prossimo anno la Meloni corre un rischio grave, che la Corte costituzionale dichiari il premio di maggioranza illegittimo. Una fatica sprecata questa corsa a modificare la vecchia legge tra polemiche e voti di fiducia e segreti.

La presidente di Fratelli d’Italia avrebbe, dunque, interesse a votare prima, in primavera fidando sui tempi lunghi della giustizia costituzionale. Votare prima che i giudici della consulta sfascino la legge. Ed evitare anche la crescita di malessere della gente che i dati ISTAT denunciano ad ogni rilevazione.

Ma per anticipare l’appuntamento elettorale il Governo deve dimettersi all’inizio del 2027 fidando che il Presidente della Repubblica sciolga le Camere. Un esito non scontato perché il Presidente dovrebbe verificare che non sia possibile formare un nuovo Governo per il tempo che residua alla legislatura.

E qui la vicenda si complica e presenta due scenari. Non si riesce a fare un governo ed allora Mattarella scioglie le Camere. Oppure si verifica una situazione come quella che portò all’Esecutivo Draghi. Un governo con una maggioranza variabile per “il bene della Patria”. Con una sub-variante. Il Governo si presenta alle Camere ma viene battuto. Allora il Presidente scioglie le Camere ma le elezioni le gestisce il Governo senza maggioranza.

E qui cominciano gli incubi per Giorgia Meloni, tra rischio di caduta del melonellum, se si vota in autunno, e possibilità di andare al voto senza essere Presidente del Consiglio.

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